Pubblicato il

10 requisiti di base per poter fare SEO col tuo sito web

Molto spesso si pensa, sbagliando o banalizzando la questione, che per fare SEO basti manipolare un po’ testo, title e contenuti delle pagine o al limite dei widget; nulla di più sbagliato, perchè per farla è necessario avere un minimo di qualità di base. Cosa si intende quindi per qualità in questa accezione? Ci sono un po’ di cose che è necessario conoscere, prima di procedere oltre.

Eccovi i principali 10 requisiti che ho stilato in questi anni, tra molte consulenze su siti diversi e tanta esperienza, perchè la vostra SEO – anche se ben fatta, formalmente – non sia un bel buco nell’acqua.

  1. Scansionabilità del sito – Tutte le pagine più importanti del vostro sito (categorie, pagine singole, home pagine, pagina chi siamo, FAQ ecc.) devono essere scansionabili da Google: questo vuol dire che A) devono dare una risposta HTTP(o meglio ancora HTTPS) con codice server 200 OK (ci sono dei tool per verificarlo) e soprattutto B) devono rispettare i requisiti di scansionabilità richiesti da Google. All’atto pratico ciò significa che il vostro sito deve caricare correttamente la pagina senza errori lato server, e non deve essere presente il meta tag NOINDEX che, come risaputo, viene interpretato per evitare la scansione dei contenuti (ed è infatti utilizzato per deindicizzare le pagine web). Visto che vi trovate, accertatevi che i DNS del vostro sito siano ben impostati, che il vostro sito reindirizzi correttamente con e senza www davanti (specie se si tratta di un dominio di secondo livello), che non ci sia nessun firewall o software bloccante il vostro sito web. Se usate HTTPS, configuratelo a dovere e verificate che non esista una doppia versione del sito HTTP / HTTPS (potrebbe essere visto come un duplicato).
  2. Usabilità del sito – Il vostro blog o sito da ottimizzare deve rispettare e valorizzare l’uso da parte degli utenti: deve essere chiaro, in particolare, il site intent cioè lo scopo delle vostre pagine. In pratica: nelle vostre pagine è abbastanza chiaro a cosa serva il vostro portale? Ci sono pagine in cui esistono troppi link, e/o non si sa bene dove cliccare? Ci sono pagine in cui non è abbastanza chiaro il contrasto tra sfondo e colore del font? Ci sono titoli poco chiari o poco pertinenti rispetto all’effettivo contenuto della pagina?
  3. Progetta le tue pagine per gli utenti, non per i motori. Questo è un mantra ripetuto da Google dalla notte dei tempi, ma si tratta di un semplice principio utile a distinguere tra un sito fuffa ed uno di qualità: se progetti le tue pagine per i motori di ricerca fissandoti sulla keyword density ed altre similiti amenità, non ricaverai mai nulla di buono.
  4. Evita i trucchetti: prova sempre a chiederti se ti sentiresti a tuo agio nello spiegare il tuo comportamento sul web a un sito web concorrente o a un dipendente di Google. Sapresti dirmi come produci contenuti? Scopiazzandoli da altri siti? Analizzando e migliorando l’esistente? Proponendo il punto di vista più popolare del momento?
  5. Fai in modo che il tuo sito web si distingua dagli altri nel tuo campo. Questo punto non richiede ulteriori spiegazioni, credo.
  6. Aggiorna spesso il tuo sito – I “siti vetrina” sono una locuzione tanto sbagliata (e che fa tanto “web di una volta”) quanto inutile all’atto pratico: non fate siti vetrina, il web non è il negozio di zia Adolfa sotto casa. Il web è una miniera di informazioni e bisogna essere bravi a canalizzare le giuste informazioni sul vostro sito, in modo da darvi un’identità ben precisa e non vi renda delle banali content farm (fabbriche di contenuti vomitati sul momento, scritti con dilettantismo e giusto per farsi cliccare i banner) come troppe ce ne sono nel web.
  7. Velocità del sito – Non è tanto un fattore di posizionamento (anche se poi concorre ad esserlo), in quest’ottica, quanto un pre-requisito tecnico: se il vostro sito impiega in media più di 1-2 secondi a caricare una singola pagina, quale che sia il problema di fondo (hosting, theme sballato, plugin buggati…), la SEO rischia di diventare un’operazione del tutto inutile.
  8. Contenuti di qualità – Cosa si intenda per “qualità”, ovviamente, dipende dai casi: se si tratta di un e-commerce, devi proporre prodotti di valore, a buon prezzo e con descrizioni ordinate. Se si tratta di un blog su cui si vendono banner, si devono costruire e scrivere cose che valga la pena leggere. Se proponi l’ennesimo sito già esistente non potrai avere successo, anche se fai SEO come si dovrebbe fare. Se proponete l’ennesimo e-commerce clonato o l’ennesimo blog scopiazzato da altre fonti, di scarso interesse o (come avviene per la maggioranza dei blog) focalizzato esclusivamente sui propri gusti e preferenze, e senza pensare minimamente al target di riferimento, non c’è SEO che possa reggere, purtroppo: l’impatto sarà comunque limitato.
  9. Fatevi aiutare da un professionista – Se partite con l’idea che gestire un sito sia robetta facile per fare soldi facili, lasciate perdere. Farete perdere tempo a chi cercherà di spiegarvi come funziona davvero, e darete sempre più spazio ai colossi che divoreranno progressivamente i piccoli e medi imprenditori del web. Non è una barzelletta, il web: non è una barzelletta la SEO, non lo è tantomeno gestire seriamente il proprio account social per lavoro.
  10. Rispetta il tuo pubblico, non ingannarlo con trucchetti da SEO di periferia, facendo click baiting grossolano o scrivendo che una cosa è free quando in realtà poi non lo è: il pubblico su internet ha una soglia di attenzione bassissima, e quello di cui non ha bisogno è l’ennesimo pseudo-imprenditore che crede che fare soldi sul web basti scrivere quattro stupidaggini o farsi fare il sito dal cuggino di turno. Se non rispetti il tuo pubblico, ti ignoreranno e non rispetteranno te.

Originally posted 2017-12-10 13:57:01.

Nessun voto degli utenti.

Che te ne pare?

Pubblicato il

10 discussioni inutili in ambito SEO

Sulla falsariga degli ultimi post, provo a proporvi la lista delle discussioni più inutili che ho sentito fino ad oggi in ambito SEO (di recente, almeno: che se dovessi elencarle tutte non basterebbe un libro).

La formula del successo

Forse è la più bella delle discussioni inutili, e per questo la riporto per prima: a suo modo possiede un sapore quasi metafisico, che rimanda ad infiniti rimandi ricorsivi e vagamente supercazzola; sì ma cosa intendi per successo? Sì, dipende! Eh signora mia, ma io non ho alcun segreto. OK, ma la ricetta segreta qual’è? Dai, diccela, abbiamo fretta di tornare a casa! La ricerca della formula assoluta per il successo, come fare a diventare ricchi, famosi, seduttori, abili affabulatori o spietati markettari, attanaglia da sempre le menti degli ingenui, che resteranno convinti per molto tempo che si tratti di trucchetti, che i consulenti più esperti stiano nascondendo IL SEGRETO FINALE PER FARE I SOLDI CON L’INTERNET SENZA CODICI STRANI E COSE TECNICHE CHE NON SI CAPISCONO. Balle: qualsiasi discussione su come avere successo andrebbe bandita, come qualsiasi altra che voglia parlare di come ballare di architettura.

In altri termini, se vi state chiedendo come fare ad avere successo col vostro sito, non avete idea di quello che state dicendo, e dovreste forse chiarirvi un po’ le idee sul punto di partenza della vostra attività, studiarci un po’ e poi, in caso, provare a pensarci meglio.

Magari un giorno molti abbandoneranno tutto, travolti dalla loro stessa vanità, o magari si renderanno conto che anche sul web è solo il lavoro mirato ed organizzato che paga.

Il  PA / DA / … è basso!!1!

Una discussione inutile nasce spesso dal valore di PA / DA rilevato per un sito: ovvio che ha la sua importanza, ma non può determinare da solo le nostre strategie, ci vuole sempre un “occhio” clinico che non tutti hanno e che solo l’esperienza affina. Ho conosciuto gente che mi ha bloccato su Facebook per avergli proposto un guest post da un sito a basso PA per 50 euro; secondo loro era caro, e mi sono beccato anche insulti per questo. Questa stessa gente, paradossalmente (beata ignoranza) non farebbe una grinza se gli proponessi un sito con una qualsiasi metrica altissima, anche se magari gonfiata apposta per speculare sul mercato, perchè purtroppo ancora non è passata l’idea della pertinenza che qualsiasi attività SEO dovrebbe prevedere. Molto meglio rintontirsi, evidentemente e fare discussioni da “The Wolf of Wall Street” su dei numerini, anche se poi scopri (come mi è capitato) che ci sono siti che vendono link con PA 35 che non portano neanche una visita dopo molti mesi. Contenti voi, contenti tutti: per me quelle 50 euro erano anche poche, perchè era un link permanente da sito con attività di link building in corso e traffico reale. Chi invece vende link con PA / DA in bella mostra tende spesso a gonfiare il prezzo, facendoci credere chissà cosa.

In generale, non basatevi solo sulle metriche SEO per acquistare link, ma valutate anche il contesto ed una piccola domanda fatevela: come mai nelle trattative di vendita link quasi nessuno espone mai i dati Google Analytics con gli accessi al sito?

Comprare link è il male

Questa mitologia nasce da considerazioni suggerite da Google: non bisogna comprare link per gonfiarsi da soli il ranking del sito, scrivono. In realtà se il vostro sito è di qualità (ed è un pre-requisito fondamentale) comprare link per sbaragliare la concorrenza è non solo importante, ma anche necessario. Ovviamente l’eccesso sarà punito, ma l’attività di link building è di per sè rischiosa quindi fate pace con questo concetto una volta per sempre.

Mandare lo stesso comunicato stampa a 999 siti diversi è fare SEO

Molte agenzie mandano comunicati stampa in copia-incolla e pensano che basti infilare un link al proprio sito nel testo per fare SEO: in realtà le anchor text andrebbero differenziate, perchè siano davvero efficaci, e comunque il testo ricopiato più volte pone un problema di duplicati potenzialmente penalizzante.

Siccome chi fa queste attività è spesso uno stagista sprovveduto, o una persona con poche o nessuna competenza in ambito SEO, la frittata è fatta. Non è link building efficace, questa tecnica.

Le penalizzazioni sono tutte uguali

In realtà si parla di penalizzazioni a sproposito, molto spesso: non esistono penalizzazioni rilevabili con certezza, se non quelle notificate da Google (link in ingresso, link in uscita, sito affetto da malware e così via). Panda, Penguin e compagnia, invece, sono penalizzazioni algoritmiche che possono essere rilevate mediante appositi tool (quasi sempre a pagamento) ma sono e restano comunque stime con una certa probabilità di errore (non sappiamo nulla sui criteri usati per rilevarle, per cui per me la probabilità che sbaglino è mediamente alta). Attenzione quindi alle penalità, e ricordatevi un semplice concetto: il fatto che pensiate di meritare la prima pagina, o che siate state fino ad oggi in prima pagina, non significa che ci possiate rimanere per sempre o solo perchè siete convinti di meritarlo.

La link building non va bene

Specialmente dopo aver visto un preventivo, si tende a discutere a vuoto o polemizzare sul prezzo, quando invece la link building è un’attività costosa per sua natura: è come un’attività editoriale per avvantaggiare il vostro sito sfruttando i meccanismi di “visibilità” insiti nel web. Per cui pagatela come si deve senza troppe storie: i vantaggi si vedranno col tempo.

Chiedere pubblicità ad altri siti

Altra discussione inutile che non porta alcun valore aggiunto: se andate da un vostro concorrente e chiedete loro “pubblicità” per il vostro sito (ovvero link), otterrete due risposte possibili, quasi sempre:

  1. sarete mandati a quel paese;
  2. vi chiederanno una cifra spropositata per quel link.

La strategia, ancora una volta, è sbagliata: l’idea stessa di chiedere pubblicità al vostro sito è sballata. Il web è un luogo di scambio tra siti “pari”, più che altro, per cui è molto meglio orientare la ricerca su siti piccoli che non hanno il vostro stesso modello di business: se vi rivolgete a chi fa le stesse cose, otterrete solo pernacchie come risposte.

Pensare che la SEO garantisca la prima posizione

Le garanzie non sono incluse in nessuna attività di marketing: il più delle volte quello che facciamo equivale ad un catalizzatore, cioè un qualcosa in grado di potenziare ed accelerare l’esistente. Se avete un modello di business solido, la SEO andrà a nozze, ma se il vostro sito ha carenze di altro genere, non sa vendere, si presenta male o possiede rimbalzo inadeguato allo scopo delle pagine, sarà tutto più complicato. prima di dire a casaccio che la SEO è morta (la SEO è immortale, non preoccupatevi troppo), tuttavia, fatevi un bell’esame di coscienza per capire se il feeling del vostro sito è adeguato al tipo di pubblico: sia come contenuti (sono originali? no? meglio scriverne di originali) che come grafica (è usabile? si vede bene su qualsiasi dispositivo?).

Contare il numero di backlink acquisiti

Un’altra tipica ossessione da principianti: quanti backlink ci vogliono per potenziare il vostro sito? In genere meglio pochi ma buoni, secondo la mia esperienza. Ma ci sono profili di link che potrebbero tranquillamente smentire questa cosa. In genere più ne avete meglio è, ma è anche opportuno garantire un livello minimo di qualità alle attività, sennò è inutile.

Farsi prendere a male per i link nofollow

Altra tipica discussione inutile: i link nofollow, come disse un mio ex cliente romano, “nun servono a gnente“. In realtà, come provai a spiegare all’illustre erede artistico di Proietti, qualsiasi profilo di link efficace, anche per non sembrare “dopato” dall’ossessione di falsificare i ranking, deve avere sia link nofollow che dofollow, e nulla esclude che non si possa fare link building efficace anche con link nofollow, specie se portano molto traffico su quel link. Chiaro che la priorità devono essere i link ordinari senza nofollow, perchè comunque la maggioranza dei profili di link funzionanti lato SEO mostra questa tendenza, ma è solo una tendenza e le statistiche, spesso, ingannano anche i più esperti. Meglio un link nofollow di qualità che un dofollow scadente, dico sempre (so che molti colleghi stimati non sono d’accordo su questo, ma sarebbe bello se ne facessero una ragione :-) ).

Il lavoro distribuito nel tempo, in questi casi, è l’unico parametro valido che possa dare una risposta.

Originally posted 2017-12-07 09:38:13.

3.6/5 (25)

Che te ne pare?

Pubblicato il

Perchè Google non si fida del tuo sito

Quando si lancia un nuovo sito sul web e ci si aspetta di posizionarsi subito su Google o Bing, la delusione potrebbe essere dietro l’angolo. Quello che succede, infatti, è sotto gli occhi di chiunque ci provi: è molto difficile riuscire a posizionarsi immediatamente, e anche per noi “addetti ai lavori” spesso tocca aspettare un po’. Ma per quale motivo avviene questo?

Perchè i nuovi domini difficilmente riescono a posizionarsi subito? Questo, in prima istanza, sembra essere vero se trattano temi con molta concorrenza, come ad esempio un sito dedicato ai confronti tra offerte di settore, oppure temi in cui ci sia un forte commercial intent, come un sito di e-commerce, un blog sulla finanza, un forum dedicato agli investimenti e così via. Del resto, si tratta di una misura anti-spam che impedisce correttamente (almeno nelle intenzioni) ai broker di domini internet di mettersi in concorrenza indebita con competitor consolidati, cercando di restituire risultati coerenti e interessanti a chi cerca.

In genere l’atteggiamento dei motori di ricerca nei confronti dei siti web aperti da poco è un mix di indifferenza e diffidenza: del resto, per Google è facile rilevare la data di apertura di un dominio, per cui un fattore che andrà certamente a considerare è l’età del dominio. Età del dominio che è considerato un fattore SEO da sempre rilevante, e per cui vale una sorta di regola (che si applica anche al vino): più un dominio invecchia, in generale, più diventa “pregiato”. Il senso di questa prima parte del discorso, pertanto, è che un dominio aperto da pochi giorni ha poche (o nessuna) opportunità di posizionarsi subito sui motori, mentre effettuando più rinnovi negli anni le possibilità aumentano.

Questa cosa a molti miei clienti non piace e crea malumori fin dall’inizio, cosa che purtroppo è impossibile da accelerare – a meno che uno, per intenderci, non abbia una grande quantità di contenuti realmente utili o un’idea imprenditoriale davvero valida e agevole da promuovere via Google (non via web o social in generale: non tutto quello che gira sul web, infatti, è adatto alla promozione sui motori di ricerca). In altri termini, è anche l’utilità del sito ad avere la sua importanza indiretta lato SEO, ed è chiaro che se volete posizionarvi con il solito sito vetrina (accezione orribile e mediamente inutile di portale, ma tant’è) oppure il blog in cui pubblicate annunci Adsense senza badare ai contenuti originali, avrete poche possibilità di successo.

Sono tantissimi, pertanto, i fattori che tendono a “calmierare” il mercato della SEO, e chiaramente questo è un bene anche per evitare che domini appena registrati possano scalzarci senza preavviso. Questo sembra valere, in larga parte, anche per i domini a chiave esatta o EMD (Exact Match Domains), domini che sono molto amati dai SEO perchè effettivamente – per alcune combinazione di parole chiave presenti nel nome, non per tutte – sembrano realizzare meglio il compito di posizionarsi decentemente, spesso senza effettuare attività tradizionali di link building. Questo naturalmente è soltanto un secondo fattore che può giocare a nostro vantaggio quando apriamo un nuovo sito, ricordandoci che 1) il suo commercial intent elevato che 2) la sua data di apertura recente possono essere entrambi fattori a nostro sfavore, almeno nel brevissimo periodo.

Sì, perchè una scelta debole nel breve periodo può essere comunque contro-bilanciata nel medio-lungo periodo, quando il sito si consolida presso gli utenti e le pagine vengono consultate più spesso. Pertanto ci sono anche scelte di nuovi domini che pagano comunque come investimento a lungo termine, per quanto sia necessario chiarire che debba essere attuata una strategia a lungo termine che preveda, ad esempio, un piano di pubblicazione dei contenuti costante nel tempo. Per evitare di subire l’effetto di rallentamento imposto da Google ai domini nuovi, si può pensare di procurarsi e riutilizzare un dominio scaduto (ad esempio dal sito Trovalost.it), per quanto questa tecnica vada utilizzata con molta cautela e facendo le opportune valutazioni – per intenderci, se il dominio acquistato aveva una cattiva fama, spammava o non portava traffico, non è utile prenderlo in considerazione.

Fattori che contribuiscono a posizionare subito un sito, quindi, sono 1) la tecnica EMD 2) l’attuazione di un piano di pubblicazione delle pagine ben definito 3) l’eventuale acquisto di un dominio scaduto di buona qualità (al netto di ulteriori valutazioni sulla possibilità legale di sfruttare determinati nomi protetti da brevetti o copyright). Dall’altra parte, fattori che tendono a frenarci, praticamente tutti gli altri menzionati: intento commerciale, concorrenza, uso di tecniche di spam poco utili agli utenti.

Del resto Google e Bing tendono ad assimilare le modifiche che facciamo ai siti con i loro tempi, per cui non prendetela con troppa fretta: agli addetti ai lavori suggerisco da sempre, del resto, che sarebbe ideale (dopo aver inventato decine di metriche improbabili) introdurne una che tenga conto del “tempo di assorbimento” delle modifiche ad un sito web da parte di Google.

 

Originally posted 2018-02-23 09:50:10.

Nessun voto degli utenti.

Che te ne pare?

Pubblicato il

Ottimizzare un sito in ottica SEO: indicazioni di base

Fare SEO per il tuo sito può essere spesso un’esperienza stimolante e ricca di spunti sempre nuovi, a patto di disporre della sufficente flessibilità e conoscere adeguatamente, se possibile, le tecnologie del web. Non sarà facilissimo, ma un tentativo di base possiamo provare a farlo: vediamo come!

Solitamente l’attività SEO per qualsiasi sito web si articola in due macro-fasi distinte, che riguardano:

  1. ottimizzazione on-site, cioè sulle pagine del sito – title, description, contenuti, strutturazione dei link eccetera;
  2. ottimizzazione off-site, cioè esternamente al sito – referenze, backlink da blog o forum, citazioni, partnership eccetera.

Le due fasi possono (anzi, spesso devono) alternarsi, una non esclude l’altra e la valutazione della necessità dell’una o dell’altra dipende da fattori che solo il consulente potrà valutare, per esperienza, necessità, requisiti o altro ancora. Per quanto riguarda la prima fase, il processo è più che altro compilativo, di natura ripetitiva: consiste nella verifica del posizionamento delle pagine, nella “taratura” dei tag principali del sito secondo le note indicazioni di Google, e nel successivo monitoraggio dei risultati. Non ci sono regole precise o assolute anche perchè, se ce ne fossero, tutti le applicherebbero, e sarebbe poi troppo complicato discernere la “qualità” dei vari risultati.

I cambiamenti che portano a miglioramenti positivi del posizionamento sono, di solito, variazioni sul title (a volte anche sulla meta-description). Non ho mai registrato, almeno fino ad oggi, miglioramenti significativi in corrispondenza di aggiunta di feature avanzate delle pagine, tipo i rich-text snippet (che possono comunque migliorare altri fattori tipo il CTR). Questo ovviamente non significa che non si possa, o non si debba, operare su questo, come su altri fattori, che possono contribuire globalmente ad un sito di maggiore qualità.
Conoscere i plugin (Yoast di WordPress e per EFSEO per Joomla sono i più classici ed efficenti) ed il funzionamento dei CMS è certamente molto utile ad un SEO, che non sempre disporrà di un webmaster che possa cambiare per lui questi elementi. Su molti siti, comunque, mi sono trovato decisamente meglio ad ottimizzare in HTML in via diretta il theme, ovviamente operando secondo le “regole” del CMS stesso (theme child di WP ad esempio).

Per quanto riguarda la seconda fase, invece il processo è molto più complesso: consiste nella verifica del posizionamento delle pagine, nell’acquisizione di visibilità da fonti esterne autorevoli senza violare le norme di Google, e (anche qui, again & again) nel successivo monitoraggio dei risultati. I cambiamenti che portano a improvement del posizionamento sono difficili da quantificare e precisare, per quanto abbia riscontrato risultati apprezzabili nell’utilizzo di fonti di traffico attive (Scoop.it, OkNotizie, …) più che di link autorevoli veri e propri (Dmoz, siti di quotidiani, ecc.), spesso praticamente impossibili da ottenere – se non dietro sotterfugi o pagamenti quasi sempre (dal mio modesto punto di vista) fuori budget. C’è da dire che nell’ambito SEO c’è poco da fare i moralisti, e molto spesso la necessità dovrà cedere il passo a tecniche poco convenzionali.

Originally posted 2015-07-23 11:50:26.

4.22/5 (23)

Che te ne pare?

Pubblicato il

Come guadagnare con la SEO: ottimizzare le conversioni [case history]

In questo articolo ho circoscritto un argomento fonte di molta confusione tra gli addetti ai lavori: ma i SEO come fanno a guadagnare sui contenuti che posizionano? A parte l’idea ovvia di farsi pagare per la consulenza, tutto ruota sull’idea di conversione: ma che cos’è di preciso? Cercherò di farlo capire con un caso pratico, su cui ho lavorato qualche tempo fa e che considero un discreto caso di successo.

Scenario

Il mio blog Trovalost.it è in piedi da molti anni, ormai; parlo di hosting e servizi di hosting per un pubblico targetizzato di webmaster e addetti ai lavori. All’interno del sito, nello specifico, c’è una pagina che parla dei software per organizzare al meglio il proprio lavoro, e tra questi ho incluso Trello. Trello è un software gratuito di organizzazione delle attività di un gruppo, che può andare dalle fasi di sviluppo di programmazione con paradigma Agile fino ad una lista delle attività per organizzare una scampagnata tra amici.

Nota. I case history (o case study) sono le storie di successo legate ad un prodotto, un servizio o ad un’azienda, che vengono presentate al pubblico per mostrare quanto efficace sia stata la soluzione proposta e quali risultati abbia permesso di raggiungere. (ictsviluppo.it)

Link referral: cos’è e a cosa serve

Insomma: Trello da’ tutto questo gratis, ma presenta un programma a pagamento chiamato Trello Gold. Grazie ad esso sono disponibili funzionalità ulteriori e potenziate, e si può ottenere l’uso gratuito se si usa un link referral, che faccia cioè ricondurre a me come “riferimento” che ha portato loro un nuovo iscritto. Il discorso chiave è il seguente: se sulla mia pagina web arriva traffico qualificato (es. persone realmente interessate ai software che vengono elencati), ci sono discrete possibilità che molte di esse si possano fare un account su mia “raccomandazione” (il senso di referral è anche questo, in effetti).

Un referral non è semplicemente un link che punta ad un altro sito: è un link tracciabile (mediante cookie) che punta ad un altro sito (quest’ultimo sa da dove è arrivato il click, in pratica).

Si noti inoltre come non basta cliccare su un link per ottenere il risultato: al click deve seguire un’azione concreta (un’iscrizione al servizio, un pagamento, ecc.). Ecco perchè, tra l’altro, sono vietati gli incentivi al click su Google Adsense, ed è inutile invitare i propri amici a cliccare, se poi non c’è un interesse concreto su quel servizio o prodotto contenuto nel link

Ebbene: in soli 3 mesi – da quando ho pubblicato l’articolo il 3 maggio 2018 – sono riuscito a convertire 32 persone, utilizzando quella landing page ben posizionata su Google. Ovviamente non parlo di conversione in termini religiosi (me ne guardo bene), bensì di passaggio da prospect a cliente, da persone interessata all’argomento o al topic a cliente fidelizzato (chi si iscrive fornisce i propri dati ecc.).

In questo caso non ci ho guadagnato nulla in termini monetari, ma ho portato clienti all’azienda, ho ottenuto quasi 3 anni di Trello Gold gratis e – tra l’altro – mi pare interessante notare come l’intero portale Trovalost si basi su questo concetto. L’idea di usare link tracciabili è semplice ed efficace, e permette di risalire all’origine del traffico qualificato (nel mio caso il sito Trovalost.it) e di associarmi una commissione (nel caso specifico, un mese di Trello Gold, non soldi, ma il concetto di fondo non cambia).

Il mio lavoro è trovare gli inserzionisti giusti per i miei siti, e spingerli ad investire sulle mie pagine web o, al limite, a concedermi una percentuale sugli incassi dei lead o delle vendite che riesco a generare col mio lavoro di SEO. Quando lavoro sulle consulenze per altri siti che vorrebbero fare lo stesso, insisto spesso su questo esempio perchè secondo me chiarisce il senso di tanti discorsi.

Cos’è il tasso di conversione?

Il tasso di conversione esprime, in percentuale, varie cose: ad esempio quanti clic diventano vendite effettive su un link affiliato, oppure quanti tra coloro che visualizzano una pagina fanno clic e si iscrivono ad un servizio.

Esempio pratico: poniamo che una pagina faccia 1000 visualizzazioni al mese come traffico da Google. Di queste 1000 visualizzazioni, 100 sono clic attivi, per cui avremo un tasso di click (CTR) calcolabile come rapporto tra le due quantità, per cento: 100/1000*100 = 10%. Su queste 100 persone, nello specifico, effettivamente effettuano l’azione solo 20 (ad esempio), per cui avremo un 20% di tasso di conversione. Le percentuali sono molto ottimistiche, in questo esempio: di solito i CTR sono dell’ordine del 2-4% nei casi migliori, spesso sono inferiori all’1% e la cosa tragica è che il tasso di conversione (specie sui prodotti scadenti o poco chiari) è ancora più basso.

Cosa è importante di questo esempio

A livello pratico le implicazioni sono numerose: la prima è che il traffico qualificato è una fonte di guadagno potenziale. Posso pensare di inserire annunci mirati su pagine web che risolvano un problema specifico (ad esempio: carte prepagate o di credito per chi volesse investire in trading) rispondendo alle query o alle “domande giuste”, del tipo: che cosa cerca chi potrebbe essere un potenziale cliente di una banca online?

È anche così che la SEO, al di là delle menate, dell’ossessione compulsiva per gli update algoritmici riesce a fornire guadagni concreti a chi è in grado di farla.

Nessun voto degli utenti.

Che te ne pare?

Pubblicato il

Nella SEO, come in amore, non è bello ciò che è bello: è bello ciò che piace

L’altro giorno avevo un fastidioso mal di schiena, dovuto a qualche piccolo sforzo fatto in palestra ed al fatto di aver dormito maluccio la sera prima causa caldo; vado in farmacia, e chiedo un rimedio specifico che uso sempre in questi casi. Il farmacista mi guarda sorridente, e risponde di averlo, certo, ma solo in formato supposte. Alchè io, con l’aplomb inglese che mi caratterizza in situazioni del genere, ribatto pacifico “meglio qualche altra cosa equivalente“.

La convinzione non è per forza utile

Questa introduzione serviva a farci entrare nello spinoso argomento della convinzione nei propri mezzi: la stessa convinzione con cui entro in farmacia sicuro di poter sfruttare la soluzione che ho sempre adottato in casi simili, e che invece viene smentita clamorosamente (guarda caso, da uno più esperto di me). Una cosa che ogni professionista (e ogni persona, probabilmente) dovrebbe tenere sempre in conto, in qualsiasi attività vada ad effettuare: l’effetto dell’imprevisto. Ecco, giusto questo: non ho rimedi specifici contro gli imprevisti, pero’ fate in modo che non siano devastanti per il vostro umore e per la lucidità dell’approccio al problema. Vale per qualsiasi cosa facciate (o quasi), secondo me: farsi approvare un preventivo, far partire un progetto in cui non crede nessuno, comprare preservativi (o magari supposte) in farmacia, provarci con la persona da cui siamo attratti segretamente da anni, ammettere di aver cambiato regime alimentare durante una cena tra amici (e per quest’ultima ci vuole un coraggio di gran lunga superiore che in tutti gli altri casi).

Chi è convinto delle proprie idee è quasi un eroe contemporaneo, un po’ come succede nelle canzoni dei Manowar, se avete presente, con il guerriero muscoloso che lotta perennemente controvento, raccogliendo i frutti solo in un secondo momento. La convinzione è, tuttavia, anche in grado di portarci a credere cose sbagliate ritenendole giuste, secondo un meccanismo subdolo e molto psicologico, e soprattutto una volta che ci si è radicati in quell’idea è davvero difficile cambiarla, nonostante quella vocina interiore che abbiamo un po’ tutti e che suggerisce che “solo gli stupidi non cambiano mai idea“. Macchè, io non cambio idea, “non cambieremo, perchè abbiamo sempre lavorato diversamente“, che è una delle frasi più sciocche, arroganti e che ho sentito più spesso sui progetti mai partiti o falliti in corsa.

La convinzione nella SEO è l’arma a doppio taglio per eccellenza

Ecco, gli stupidi: nella SEO ne abbiamo un sacco (magari vi sono incluso anch’io, beninteso: con questo articolo non mi arrogo alcun diritto di superiorità su nessuno), e spesso non solo hanno blog popolarissimi ma vengono pure invitati a parlare in pubblico – e qui chiudo l’argomento, soprattutto per evitare di figurare come invettiva ad personam. Stai tranquillo, non è di te che voglio parlare, imbonitore SEO convinto delle tue idee dal 1999, anche se sai benissimo che quelle idee non hanno fondamento e ti basi fin troppo sulla comunicazione “positiva” che infondi ai tuoi poveri clienti. Non meriti attenzione: semmai, voglio parlare delle idee che piacciono, quelle di cui è fin troppo facile innamorarsi e che spesso traggono in inganno.

Se la scienza ci insegna qualcosa, ci insegna ad accettare i nostri fallimenti come i nostri successi, con calma, dignità e classe. [si avvicina al mostro, poi fa per andarsene, ma ritorna per strangolarlo] Figlio di pu***na, bastardo, te la farò pagare! Perché mi hai fatto questo? Perché mi hai fatto questo?! (Frankenstein Junior, 1974)

Per un lungo periodo, ad esempio, ho ritenuto che l’unico modo di fare SEO fosse quello di lavorare di link building e content marketing; ovvio, questo può essere vero per blog e realtà editoriali, ma non vale certo per tutti i siti. E l’ho imparato a mie spese, ve lo garantisco. Per un ecommerce di prodotti banali e molto economici, ad esempio, come puoi applicare questo criterio senza essere ridicolo? Poi per fortuna interveniene una forma di flessibilità di fondo, che aiuta noialtri a stare sempre sul lato ragionevole delle cose, ed affrontare le questioni SEO sempre con calma, dignità e classe. Un po’ come ho dovuto fare in farmacia senza scompormi, o come quando scopri nel mentre che la persona da cui sei attratto si è sposata a tua insaputa, ed è pure molto innamorata del tuo “rivale”.

La convinzione è un meccanismo di difesa, in certi casi

Le convinzioni (quelle sbagliate perchè fuori target, insensate, legate ad una visione vetusta o perlopiù ingenua della realtà, senza contare quelle slegate da un’idea economica anche vaga: della serie “lavoriamo per la visibilità del sito“) più radicate in molti colleghi – per fortuna non in tutti – passano per un mix di considerazioni ed auto-convincimenti. Alcuni, ad esempio, sono convinti che si debbano infilare le parole chiave nel title sempre e comunque, o che il tag bold sia un modo per ottimizzare il testo (breaking news: non lo è, e qui ho provato a spiegare perchè); sono convinto che in questa situazione, nel 90% dei casi, lo sostengano con convinzione non tanto per darsi un tono, quanto per rispondere per le rime a clienti poco propensi a ragionare, propinando loro una cosa cazzuta e comprensibile, che dia l’idea di quello che stanno facendo (qualcosa di “comprensibile nel breve periodo” che faccia capire al cliente di aver fatto qualcosa: ma che tragedia, vivere il proprio lavoro così). Le virgolette a “soluzione”, ovviamente, non sono casuali: sono determinate dal fatto che quelle non sono affatto soluzioni, ma semplici palliativi per illudersi o illudere – al limite della presa in giro.

In questi casi sapete cosa succede? Quello che più piace (non importa quanto sia sensato o logico dal punto di vista del marketing e del contesto) diventa un vanto, un “marchio” di personal branding, il proprio personale modo di lavorare, non quello che davvero fa bene al sito o ne potenzia la visibilità sui motori; il tutto, alimentato dal fatto ulteriore che non c’è sempre scientificità in quello che si fa lato SEO (purtroppo, o per fortuna), per cui chiunque potrà convincersi allo stesso modo che la link building funzioni, che le keyword nel grassetto vadano in bold, che la SEO sia morta perchè adesso ci stanno i soscial, signora mia, che basti fare ottimizzazione onsite per ottenere risultati e così via, verso innumerevoli allucinazioni da LSD e verità supposte – sì, mi riferisco a quelle.

Il senso di questo post è il seguente, in breve: non fatevi fregare nè limitare dalle vostre convinzioni, specie in ambiti labili e difficili da formalizzare come quello della SEO e di certi siti che sono, di per sè, tremendamente difficili da ottimizzare. Non fatelo mai, anche se le vostre idee sono radicate e anzi, soprattutto se sono sedimentate da anni: sarà sempre più difficile crescere professionalmente, se farete così.

Originally posted 2018-06-01 17:46:11.

5/5 (2)

Che te ne pare?

Pubblicato il

Perchè il bold non serve ad ottimizzare

L’articolo di oggi mi sembra adeguato in forma sintetica, senza troppi giri di parole, anche se avrei dovuto intitolarlo più correttamente “i tag di enfatizzazione non servono ad ottimizzare“. Così facendo, del resto, avrei un po’ minato la comprensibilità finale del mio discorso, per cui ho preferito strigliare un po’ il povero tag bold, in sostanza quello che si usa in HTML per ottenere l’effetto grassetto in doppia versione:

  1. <b> che rappresenta un bold tradizionale, ovvero questo effetto;
  2. <strong> che rappresenta un bold semantico, ovvero questo effetto;

Visivamente i due tipi di bold sono identici, anche se cambia leggermente il significato (e per brevità preferisco non discuterne affatto, in questa sede) e serve a conferire enfasi al testo, come dicevo all’inizio. In genere tantissimi SEO tendono a mettere in bold le parole chiave da ottimizzare all’interno del testo, e questo conferisce dei vantaggi in termini di leggibilità: l’utente che arriva alla nostra pagina capisce subito (in determinate situazioni, ovviamente) di cosa parla il testo, su cosa è focalizzato, e questo (ammesso che si tratti di una personas che ami approfondire, o che sia portata per una lettura non superficiale) certamente aiuta a migliorare il tasso di permanenza sulla pagina. In tal senso, e solo in questo, direi che un bold è in grado di ottimizzare una pagina; qualsiasi altra considerazione su questo o altri tag di enfatizzazione lascia il tempo che trova – o detta in modo meno elegante, è semplicemente una stronzata.

Il motivo per cui non lo considero un fattore SEO di rilievo è legato ad una ragione semplice: è fin troppo semplice da manipolare, e viene utilizzato per spammare i testi. Peraltro mette in evidenza le parole o le frasi che state cercando di ottimizzare, dando così un vantaggio considerevole alla vostra concorrenza che non avrà difficoltà ad individuarle direttamente dal testo, senza neanche usare un tool. In ultimo l’uso e l’abuso di bold a scopi non prettamente tipografici – sì, perchè trattandosi di un testo scritto la tipografia ha la sua importanza – come potrebbe esserlo “per scopi SEO” conferisce un aspetto orribile al testo, e rischia seriamente di rendere ridicolo il vostro sito.

Se poi siete riusciti ad ottimizzare un sito grazie ai bold, fatemi una pernacchia alle spalle (non è un problema, non ci farò caso lo stesso) e tenetevi stretta questa scoperta, facendo attenzione a non dirlo in giro: non vorrete mica regalare un vantaggio competitivo alla concorrenza, giusto?

Lettura consigliata, per i più convinti fautori del bold come fattore SEO: Spurious Correlations di Tyler Vigen, un testo divertente e non banale sugli effetti devastanti della correlazione, in grado di giustificare al nostro cervello impreparato in materia qualsiasi scemenza o pregiudizio.

Originally posted 2018-06-01 15:53:35.

4.2/5 (5)

Che te ne pare?

Pubblicato il

Correlazione non implica causalità: che significa?

La correlazione è un concetto statistico che viene molto spesso frainteso e mal interpretato, sia sui giornali che (per dire) nel settore SEO; questo sia per la mania di semplificare le cose – esigenza dettata dal marketing, in effetti – che per un’effettivo fraintendimento o peggio totale ignoranza in fatto di statistica. La correlazione e la sua cattiva interpretazione è forse uno dei casi più eclatanti di misleading graph, ovvero quegli scenari in cui si usano grafici in modo errato, tendenzioso, prevenuto, per giustificare una propria idea o peggio per provare ad avvalorarla anche se, in effetti, in assoluta carenza di metodo.

Attenzione: in questo articolo si parla dei problemi della correlazione legati allo scenario SEO (Search Engine Optimization). Qualsiasi altra considerazione su altri ambiti verrà fatta solo se davvero necessario a capire di cosa parliamo.

Nella SEO succede questo, più o meno: si individua un fattore accattivante (l’uso della keyword nel titolo, un backlink da un sito autorevole e via dicendo, a giro) e si tende – sulla base di un’analisi statistica (un campione di X siti) – ad attribuire a quel fattore (ranking factor) un’importanza più o meno “forte”: della serie, se fai questo arrivi primo su Google. Il che, alla prova dei fatti, diventa poco più di un trend vuoto e senza spessore, semplicemente da imitare in massa – il misleading graph, in effetti, è un modo elegante per riferirsi alla nota teoria della montagna di m.

In termini pratici, le correlazioni tendono a creare cattivi esempi oltre che indicare direzioni fuorvianti, oltre a mettere in ombra l’aspetto legato alla consulenza stessa: esempi di correlazioni molto abusati derivano, senza che io li linki a vuoto, da “studi” del tutto inattendibili (anche se, va detto, non per forza maliziosi) sui cosiddetti ranking factor.

A chi obietta che l’abuso del concetto di correlazione in ambito SEO sia tutto sommato innocuo (molti del settore lo pensano) rispondo da sempre, per inciso, che il danno più grosso lo si fa a livello di false aspettative, esempio: il cliente si aspetta che ad un’azione anche minima corrisponda per forza una reazione solo perchè nel “blog autorevole A il guru B ha scritto C supportandosi col grafico D“.

Uno schema che si ripete alla nausea ormai da anni, e che crea almeno due ordini di problemi:

  1. crea aspettative difficili da soddisfare, complicando inutilmente la vita a tutti;
  2. crea potenziali pretesti perchè le consulenze SEO non vengano pagate (certo bisogna essere cattivelli per farlo, ma i presupposti non sono banali da smentire e spero che questo articolo possa essere utile a farlo)

Ecco il vero danno della correlazione: far passare una correlazione tra due fattori come causalità rischia di mettere in discussione, di punto in bianco, mesi di duro lavoro. Ecco perchè ho scritto questo articolo nella speranza che, un giorno non lontanissimo, questa triste tendenza acchiappa-click possa trovare la parola “fine”.

Vana speranza, fino ad oggi.

Non voglio perdermi nelle spiegazioni dei problemi annessi alla correlazione fraintesa come causalità, anche perchè basta Wikipedia per capirlo da soli: vorrei piuttosto concentrarmi su un esempio pratico – per quanto ipotetico – che, ciclicamente, si ripropone in diverse varianti sulla piazza.

Per capirci, immaginiamo di fissare l’attenzione su un argomento (ad esempio la query di ricerca: “corsi per webmaster“), e facciamo questo ipotetico esperimento. Troviamo un criterio per estrarre tutti post del nostro blog che siano pertinenti all’argomento “corsi per webmaster”, e poniamo di ripetere la procedura su tutti i più importanti siti e blog dei nostri concorrenti. A questo punto potremmo – in PHP e Open Graph di Facebook è possibile farlo facilmente, peraltro – calcolare il numero di condivisioni di ognuno degli articoli che parlano di “corsi per webmaster”, ottenendo così una lista del genere (titolo, URL, numero condivisioni):

  1. Come diventare webmaster col miglior corso online (sito1.it), 500 condivisioni
  2. Corsi online per webmaster a soli 1500 € (sito2.it), 400 condivisioni
  3. Corsi di formazione per webmaster – Iscriviti ora (sito3.it), 200 condivisioni
  4. Corsi formazione 2016 webmaster (sito4.it), 50 condivisioni

Quello che verrà fuori, insomma, è una classifica in cui, ad esempio, su una colonna metteremo l’URL o il titolo dell’articolo,  e sull’altra il numero di like in ordine decrescente (dal più grande al più piccolo). Proviamo ora a cercare su Google “corsi per webmaster”, e prendiamo nota dei primi 4 risultati.

Per lo scopo del nostro esempio, poniamo che l’ordine dell’uno e dell’altro coincidano: stiamo simulando il processo di inganno della correlazione, ed è questo il punto cruciale da considerare. A questo punto, infatti, saremmo tentati dal trarre una conclusione dall’esperimento: Google ordina i risultati di ricerca in base al numero di condivisioni!

Conclusione che non deve portarci fuori strada, tuttavia: il fatto che l’ordine di share decrescenti corrisponda con l’ordinamento che Google fornisce per quei risultati non vuol dire affatto che Google abbia ordinato in base al numero di share! Questo perchè esiste certo una correlazione inversa molto forte tra le due misure (ovvero il numero di share da un lato, e la posizione su Google dall’altro), ma questo non vuol dire che una sia influenzata in alcun modo dall’altra.

Del resto una delle correlazioni spurie più famose è riportata dal fisico americano Bobby Henderson, e lega apparentemente – in una sua brillante provocazione di qualche anno fa – l’aumento della temperatura media della terra con la diminuzione del numero di pirati.

piratesarecool4

Il senso del tutto è ancora più chiaro consultando le correlazioni spurie che sono state trovate sul sito Tylervigen: con diverse gradazioni percentuali, si tratta di correlazioni superiori al 60% (si noti come quelle davvero interessanti siano prossime al 100%, e come in molti blog SEO si riportino come “significative” correlazioni del 10 o del 20% tra titolo e posizione su Google della pagina).

  • Spese annuali USA per scienza, spazio e tecnologia correlato fortemente con Numero annuale di suicidi per impiccagione, strangolamento e soffocamento
  • Numero annuale di persone morte annegate in piscina correlato con Numero di film per anno in cui è comparso Nicolas Cage
  • Consumo mensile di formaggio correlato con Numero di persone morte impigliate nelle proprie lenzuola
  • Numero di divorzi annuali nel Maine correlato con Consumo di margarina pro capite

Attenzione, quindi, a non farci portare fuori strada da analisi che, di fatto, periodicamente vengono riproposte anche (purtroppo) su blog autorevoli del settore.

Nota: questo post deve molto, tra l’altro, alle mie letture su argomenti scientifici (Dawkins, Odifreddi e molti altri), a Bobby Henderson ( fonte ) a tutti i pastafariani e – non ultimo come importanza – all’impostazione fornita dal blog LowLevel.it. Il minimo che possa fare, senza perdermi in altri inutili ricami, è dire loro “grazie”.

…ogni volta che si usano dei fatti per supportare una conclusione precostituita si è disonesti. La scienza non è affatto immune: è estremamente facile sostituire «correlazioni» con «cause» per provare qualsiasi cosa uno voglia, come per esempio che la diminuzione dei pirati causa il surriscaldamento globale (B. Henderson).

Originally posted 2016-02-12 17:20:44.

3.5/5 (6)

Che te ne pare?

Pubblicato il

Come cancellare una pagina web da Google

La rimozione di contenuti come pagine web, foto o altri materiali è una pratica molto più comune di quanto si possa pensare anche in ambito SEO: togliere di mezzo dal web link poco utili, o che addirittura gettino ingiusto discredito sulla nostra azienda o sulla nostra persona, è una cosa parecchio importante in termini di “visibilità” sui motori di ricerca.

La faccenda è talmente importante che si è pronunciata in merito anche la Corte Europee, con sentenza del 13 maggio 2014, stabilendo che anche “i singoli individui possono chiedere ai motori di ricerca di rimuovere specifici risultati che appaiono effettuando una ricerca con il proprio nome, qualora tali risultati siano relativi all’interessato e risultino obsoleti“.

Farlo è molto semplice: per rimuovere un contenuto obsoleto o non desiderato che ci riguarda basta seguire il link
https://support.google.com/legal/contact/lr_eudpa?product=websearch
che ci permetterà di togliere di mezzo qualsiasi contenuto indicizzato su Google che sia ritenuto compromettente per la nostra immagine. All’interno della pagina sono indicate tutte le istruzioni da seguire per effettuare la procedura di rimozione di link da Google, tra cui fornire una mail a cui essere ricontattati e dare prova della nostra identità. La procedura è assistita e permette di segnalare uno o più link che ci riguardano che desideriamo rimuovere da Google.

Altro caso, invece, riguarda la rimozione di pagine da Google di un nostro sito: in questo caso lo strumento da utilizzare non è quello appena illustrato bensì la Search Console, in particolare partendo da questo link:
https://www.google.com/webmasters/tools/url-removal

Originally posted 2016-01-29 11:50:44.

5/5 (1)

Che te ne pare?

Pubblicato il

Hai proprio bisogno di un SEO? Come capirlo da solo

Non tutti hanno bisogno di fare SEO sul proprio sito, ed in questo nuovo articolo proveremo a spiegare il perchè. In breve, io credo che la SEO debba essere anzitutto un’attività sostenibile dall’azienda che dice di averne bisogno, ma questo deriva dai troppi imprenditori improvvisati, dai troppi fraccomodi che hanno il sito di mezza pagina e vogliono salire su Google senza muovere un dito, soprattutto da vari casi in cui ex clienti sostenevano di dover pagare “a posizionamento avvenuto”. Comodo per loro, troppo poco agevole per me (per inciso: non c’è modo di garantire la prima posizione, e le consulenze si pagano sempre in modo commensurato allo sforzo, mica stiamo vendendo patate al mercato): di fatto, quelle aziende forse non avevano bisogno di SEO. Non hanno bisogno di SEO, se non per questioni di pure vanity metrics, i siti personali (con poche, lodevolissime eccezioni), i blog che parlano “di tutto un po’“, i troppi siti amatoriali che credono che basti arrivare in prima posizione per fare i soldi con internet.

Hai bisogno di SEO se hai individuato il tuo pubblico di riferimento, e vorresti valorizzare le conversioni, l’utile, i collegamenti di terze parti sul tuo sito. Hai bisogno di un SEO se operi in un settore che usa internet come mezzo attivo per procurare business, e non si limita a farne uso con supponenza o vanità (es. “abbiamo il sito perchè il nostro concorrente ce l’ha pure“). Hai bisogno di un SEO se operi in settori molto concorrenziali che siano altrettanto cercati sul web: carte di credito, settore adult, servizi online, consulenze informatiche, grossi siti di news (ma qui andrebbe capito il modello di business, again & again). Hai bisogno di un SEO se stai tenendo in piedi un e-commerce e ti serve raccogliere potenziali clienti mediante motori di ricerca. Hai bisogno di un SEO se vuoi rendere davvero ricercabile nel migliore dei modi il tuo catalogo di contenuti, servizi, prodotti e via dicendo.

Alla base c’è un brutale, ma tutto sommato semplice, ragionamento: prima di tutto, dovresti avere un sito che sia progettato per vendere qualcosa. In secondo luogo, devi accettare che il SEO possa modificarlo come necessario (per incrementare user experience, conversioni e numero di visite, eventualmente estendendolo con sezioni extra quali blog e FAQ), cosa non banale ma necessaria, il più delle volte. Deve avere qualcosa di concreto nel tuo sito: un servizio, un prodotto, non basta neanche l’idea innovativa a volte, e deve esserci un modello di business concreto dietro – e ci tengo a scriverlo: no, mettere le pubblicità in un sito in WordPress non è un modello di business, al massimo può essere un incentivo. Per guadagnare online, per inciso, possono essere molto più utili tecniche per portare visitatori sul sito (via social, soprattutto), non tanto il fatto di arrivare in prima pagina e, magari, non essere cliccati comunque da nessuno.

Originally posted 2016-01-26 14:54:18.

4.17/5 (6)

Che te ne pare?