Cosa è rel=nofollow

L’attributo HTML nofollow viene utilizzato dai webmaster per indicare ai motori di ricerca (o se preferite ai loro crawler) che il link a cui è applicato non deve, molto semplicemente, essere seguito. In effetti che esso non influenzi nella maniera più assuluta il ranking, rendendo di fatto inutili i backlink nofollow provenienti da altri siti, è una conclusione che appare credibile ma non per questo deve essere presa come veritiera. Esso è stato infatti concepito (2005) per evitare che i commenti di spam (che affliggono la maggioranza dei blog e di chi ne fa uso per fare link building) potessero risultare, oltre che fastidiosi per lettori e scrittori del sito, penalizzanti allo scopo del SEO. Tale procedura si inquadra nel contesto del blocco e dell’esclusione di un particolare contenuto dai risultati dei motori di ricerca, ma questa pratica riguarda più strettamente la fase di indicizzazione di un contenuto piuttosto che il suo posizionamento (che sono due cose ben distinte). Ad ogni modo l’assenza dell’attributo rel=nofollow viene convenzionalmente indicata come “link dofollow“.

Cosa non è rel=nofollow: il robots.txt

Tale attributo non deve essere confuso con le prerogative che sono tipiche del Robots Exclusion Standard (il classico robots.txt), che non è altro che un file di testo presente nella root del vostro sito contenente indicazioni su pagine, cartelle o sottocartelle da non indicizzare. Questo non vuol dire che robots.txt li “protegga”, anzi se avete necessità di memorizzare dati riservati nella root o in una cartella in chiaro (non è una buona cosa da fare, in generale) proteggetevi con le direttive di Apache e htpasswords, ad esempio, ma NON con robots.txt o nofollow che danno, in linea di massima, dei suggerimenti e non degli obblighi verso i motori. In altri termini, si tratta non di direttive ma di “suggerimenti” per seguire o meno l’indicazione: i robots.txt  di fatto non tutti i motori sono tenuti a rispettarli ad ogni costo (Google stesso può in certi casi seguire i link nofollow, ad esempio), ma nella pratica non fate affidamento su nessuno di questi parametri perchè sono davvero aleatori in certi casi, e non vi danno le giuste garanzie se volete far rimanere invisibile un sito ancora in fase di test, per esempio.

Utilizzare rel=nofollow: dove, quando, e perchè

Indicizzare un sito non è posizionarlo, e questo dovrebbe far capire di per sè che l’abuso di dofollow è altamente sconsigliato e sostanzialmente senza senso. In altri termini: usatelo pure, il dofollow, se pensate ad un link come ad una relazione tra due siti al fine caratterizzare tutti i backlink in uscita dal vostro sito che non siano direttamente relazionati al vostro contenuto, ai vostri prodotti o al vostro blog. Molti ritengono che non usare nofollow (che di fatto fa contribuire i link all’incremento del PageRank, con tutti i facili abusi che si possono immaginare) aiuti magicamente a farci crescere nei risultati dei motori di ricerca: questo ha portato a delle autentiche degenerazioni, come varie campagne (piuttosto sciagurate, a mio avviso) che invitavano i blogger a mettere “dofollow” sempre ed ovunque. Se poi per un periodo si parlò di una giusta via di mezzo tra le due cose – cosiddetto “PageRank sculpting” – di fatto questa pratica non è mai stata abbandonata ed il dofollow continua ad essere un mito da raggiungere, senza ragionare troppe volte sul perchè sia una pratica davvero deprecabile. Un SEO che pensi troppo al dofollow mostra una visione monolitica e monodimensionale del problema ottimizzazione di un sito per i motori di ricerca, dato che tale disciplina è condizionata da fattori di Information Retrieval e, ad esempio, possono servire anche tanti backlink nofollow per portare traffico mirato al sito (è forse un esempio limite ma altrettanto valido, a mio avviso).


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