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Matt Cutts ha appena segnalato sul suo profilo un interessante video relativo allaconferenza tenuta assieme a due “guru” della ricerca sul web, Amit Singhal e Ben Gomes. Ci sono cinque  punti che secondo me saltano all’occhio e vanno tenuti in considerazione per le proprie strategie SEO.Non starò qui a fare il resoconto dettagliato dei vari interventi di circa un’ora e mezza: mi limitero’ a riportare le cose più importanti riportate direttamente dalla trascrizione dei contenuti, segnalata da Cutts stesso, per chiunque faccia SEO e voglia migliorare il proprio blog o sito web.

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GOOGLE FA MOLTI TEST CHE NON VENGONO QUASI MAI RILEVATI IN UN UPDATE DELL’ALGORITMO. Molti cambiamenti all’algoritmo di Google sono effettivamente testati, ma solo alcuni di essi attraversano l’intero processo di Information Retrieval e risultano poi effettivamente in un update. Nel video si parlerebbe di soli 500 update per ben 20.000 modifiche complessivamente messe in circolo, ovvero un 2.5% di impatto complessivo. Questo serve come spunto di riflessione per comprendere come sia poco utile costruire strategie SEO che ricalchino ossessivamente quanto viene detto da Cutts nei suoi video, ad esempio.

LA RILEVANZA DI UN RISULTATO E’ SEMPRE SOGGETTIVA. Cutts sottolinea come ogni cambiamento di Google che sia orientato a migliorare un sottoinsieme di query finisca per peggiorare un piccolo set di altre query, proprio come una coperta troppo corta che venga tirata, in un certo senso, da una parte o dall’altra. In generale questo è confermato sia dalle ricerche personalizzate che ogni Google Profile puo’ mostrare in base alle rispettive preferenze, sia dal fatto che i motori di ricerca offerti da Google per i propri siti web sono altamente personalizzabili, e l’utente è lasciato libero di scegliere cosa mostrare e cosa eventualmente mettere in evidenza.

Amit Singal

LA VELOCITA’ E’ UN FATTORE DI POSIZIONAMENTO. Sul fatto che Google sia piuttosto ossessionata dalla velocità di caricamento dei siti è confermato sia dal modulo dal noto modulo mod_pagespeed (da loro sviluppato e neanche troppo facile da usare, contrariamente alle parole spese in merito), sia da un articolo sul blog ufficiale – dal significativo titolo “Speed matters“: da essi emerge che questa variabile possa essere una sorta di golem del posizionamento (anche se il tutto viene lasciato sottinteso, come sempre). E’ a questo punto che, pero’, esce fuori un qualcosa di piuttosto contraddittorio nella trascrizione: la velocità a cui si fa riferimento (“about measuring quality and relevance based on the amount of time it took from query to click“) non è tanto quella di caricamento delle pagine quanto quella relativa al tempo necessario all’utente per trovare quello che desidera nei risultati. E’ come se il primo risultato avesse velocità massima, e via via in modo descrescente, e proporzionale al tempo di scorrimento dei risultati, fino il numero 9.999 (ad es.). In altri termini, viene suggerito nell’articolo, Google si preoccuperebbe meno del ranking di un risultato e più della velocità di trasferimento dell’informazione, qualsiasi essa sia?

SOCIAL, ANCORA UN’INCOGNITA? Per quanto riguarda il lato social è piuttosto complesso anche solo stabilire delle correlazioni tra posizionamento e “presenza” su questi strumenti. Ad ogni modo l’identità del blogger sembra avere un’importanza crescente, rafforzata ad esempio mediante la procedura di autenticazione “ufficiale” degli autori di Google e mediante l’ utilizzo del tag rel=”author”. Per quanto riguarda il primo aspetto sembra che comunque sia necessario fare un po’ di chiarezza in merito, vista l’esplosione di profili Google Plus, mentre Google stessa probabilmente ancora non ha ben chiaro come muoversi.

PANDA, IL PRESENTE ED IL FUTURO. Come si muoverà Google? Le notizie sono piuttosto vaghe: si parla di una non meglio specificata integrazione con Google Voice, l’utilizzo nei prossimi 5 anni di dati contestuali degli utenti (quindi, ancora una volta, utente al centro del focus e definizione della qualità dei contenuti in funzione di esso) oltre che, naturalmente, il crescente utilizzo dei dispositivi mobile. Faccio infine notare che Panda viene a malapena menzionato, peraltro in modo piuttosto vago, da Amit Singhal per rispondere ad una generica domanda di Sullivan, senza fornire grosse indicazioni in merito. Senza voler leggere per forza “ipotesi di complotto”, questo secondo me conferma il fatto che Panda sia stato letteralmente travisato, amplificato a dismisura oltre che troppo spesso considerato un golem dei search engine a prescindere: nel frattempo in Italia non vi è attualmente traccia della sua comparsa (ricordo che riguardava solo il 2% delle query statunitensi, percentuale che inizialmente era attorno al 12%). Per chi fosse interessato forse tornerebbe utile rileggere l’intervista di Wired sull’argomento, senza dubbio una delle fonti più affidabili.


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