Senza voler sminuire l’intervento di Benedetto di qualche post fa, oggi mi sono interrogato su una domanda spinosa: come trovare i backlink giusti per il sito che si sta promuovendo? L’attività di link builder – che contrariamente a quello che si crede comunemente prevede anche la content building – è un’attività piuttosto complessa, e spesso non è agevole selezionare le fonti corrette (o potenzialmente tali) basandosi esclusivamente sui “soliti noti” (tonnellate di bookmark, l’uso di profiling link che, per la cronaca, secondo me a breve finirà per dover scomparire del tutto, article marketing e via dicendo).


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I casi in cui diventa davvero molto difficile lavorare, a mio avviso, sono almeno due:

  1. clienti con manìe ossessivo-compulsive PageRank-centriche (inutile negarlo: ce ne sono ancora a frotte, e ti chiedono il link “potente” senza pensare alle conseguenze sul fatto che possa magari essere profondamente fuori tema), senza considerare che si tratta solo di una parte del problema la cui importanza è ridimensionata dalla vendita di link, ormai diffusa anche per i micro-blog affiliati e le landing page.
  2. Scarsa conoscenza del settore in cui opera il sito che si sta ottimizzando: non siamo “tuttologi” e ci dovremmo guardare bene dall’esserlo! Ma se siamo esperti di heavy metal e cloud hosting e ci tocca ottimizzare un sito di vendita pneumatici o macchine da cucire, che si fa?

Di seguito vorrei condividere con voi le “regolette” pragmatiche che sono solito seguire quando faccio link building:

  1. Non si tratta di un processo costante nel tempo. Pensare di fare building ad oltranza, forzando collegamenti dai siti più improbabili (o dagli “anfratti più nascosti del web“, per citare una bella espressione usata tempo fa da Matt Cutts in un’intervista di cui ho purtroppo smarrito il bookmark) non è una strategia. Non voglio intendere che questo processo si faccia “una tantum” per passatempo, tutt’altro: in molti casi pero’ bisogna saper aspettare i tempi giusti – l’esperienza saprà suggerirlo – e far sembrare il tutto il più naturale possibile (su questo ho anche messo in gioco il concetto – secondo alcuni astruso, ma in realtà molto concreto – di link pattern, che ha citato anche Madri, ad esempio). Se la vostra rete di link è manipolabile da chiunque, fatta da siti/ancore/pagine destinazione standardizzate o facilmente riconoscibili, siete potenzialmente a rischio di penalizzazioni.
  2. Dovreste individuare link solidi, cioè stabili nel tempo: molti siti di article marketing, ad esempio, ho notato che non sopravvivono per più di un paio d’anni, finchè il webmaster non si stanca di mantenerli. Questo è un caso in cui, probabilmente, con il più classico dei “senno di poi” tanto varrebbe non contribuire per nulla al sito in questione. I backlink duraturi nel tempo sono quelli che tipicamente sortiscono gli effetti magici da prima posizione.
  3. I backlink non sono tutto, ed un buon contenuto può piazzarsi in scioltezza in prima pagina per le query più adatte senza doversi sbattere a cercare chissà cosa: una FAQ, un post best scritto, un tutorial possono fare questo in modo piuttosto naturale e, come dicevo anche prima, duraturo nel tempo. Tanto per rimanere sul concreto, è quello che ho fatto per Webhouse per le query “rifiuta link disavow“, “tecniche link building” – nomen omen! -  oppure “matching domini google” – esempi borderline, diranno i soliti scettici, ma resta il fatto che mi sono ritrovato in prima pagina praticamente subito dopo aver “semplicemente” scritto l’articolo in questione. In prima pagina anche senza link building, si può eccome: ditelo ai vostri amici :D !
  4. Dovreste individuare sempre link a tema col sito destinazione: quantomeno in larghissima maggioranza i backlink tematizzati sono “giustificabili” ed immuni ai cambiamenti algoritmici che potranno venire. Che senso avrebbe penalizzare link di questo tipo, visto che sono “utili all’utente” per definizione? Evitiamo quindi le solite tecniche abusate un po’ da tutti noi in questi anni (backlink fuori tema nel footer di siti accondiscendenti, àncore sempre uguali ecc.).
  5. Idea finale, impopolare e “scorretta” quando vi pare, per quanto mia profonda convinzione: se non vi viene in mente nulla dopo una settimana di ricerche e analisi, probabilmente state lavorando su un sito di bassa qualità che non merita nulla. Vallo a dire al cliente, direte voi: nessun problema, in questi casi il lavoro SEO verrà dopo quello effettuato da copywriter validi, web master seri e via dicendo. Perchè pensare alla Search Engine Optimization come la panacea di tutti i mali? Certe consulenze, del resto, basate su presupposti vagamente assurdi (leggasi “assicurazione matematica di prima posizione“), credo che sia in generale meglio perderle che trovarle, e se non riuscite a farvi venire in mente un’idea davvero originale, già abusata da altri (article marketing) o risaputamente scorretta (link a matrice e simili) è molto probabile che siate obbligati a lavorare sui contenuti del sito, modificandoli o aggiornandoli secondo i trend più opportuni (proponendo offerte speciali ex novo, ad esempio, che possano essere naturali link bait). Altrimenti, se rimaniamo pigramente ad eseguire ordini che sappiamo essere scorretti, non cambierà mai la concezione fuorviante di negative SEO, e ci ritroveremo a piangere perennemente sul latte versato, fino alla fine dei tempi. Sarà un parere drastico, ma dopo Panda e Penguin rimango sempre più convinto che parte del lavoro SEO sia in parte da de-responsabilizzare, adducendo come causa dei propri mali anche siti fatti con i piedi, scritti peggio e gestiti in modo osceno. E quello di sistemare questa roba, di fatto, non è detto che sia un lavoro da SEO. Altro che link building

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