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Visti in TV, al cinema o in DVD, recensiti sul momento: film soprattutto horror, thriller e di genere.

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The Rocky Horror Picture Show (J. Sharman, 1975)

Diretto da Jim Sharman due anni dopo il debutto del musical, si tratta di un autentico cult tratto da una sceneggiatura del regista stesso e di Richard O’ Brian (che recita nel panni del maggiordomo-alieno Riff Raff), capace da un lato di tributare il mondo dei b-movie e, dall’altro, di porsi in maniera trasgressiva, divertente e fuori dagli schemi (quantomeno per l’epoca in cui uscì). La locandina dell’epoca riporta un riferimento parodico al film Lo squalo (Jaws, cioè fauci, letteralmente), e recita: “Rocky Horror Picture Show – un altro tipo di fauci” ( “The Rocky Horror Picture Show – a different set of jaws”). Al di là degli innumerevoli e raffinati riferimenti, il Rocky Horror cinematografico è molto fedele allo spirito da horror puro: ad esempio, al momento della cena Tim Curry, Richard O’Brien e Meat Loaf erano i soli commensali a sapere cosa sarebbe successo: sotto la tavola su cui stavano pranzando giaceva, infatti, il corpo smembrato di Rocky. Un espediente, quello di non svelare cosa sarebbe successo nella successiva scena, a cui moltissimi registi fanno ricorso tuttora per accentare l’autenticità della reazione degli attori.

Con nomi del calibro di Susan Sarandon (che pare non accettò di recitare nuda, come le era stato richiesto, durante l’autoesplicativa Touch me, Touch me), Barry Bostwick e soprattutto Tim Curry (che vestirà 15 anni dopo i panni dell’inquietante Pennywise the Dancing Clown, nella trasposizione cinematografica del romanzo IT di Stephen King), Patricia Quinn (comparsa anche nel recente Le streghe di Salem di Rob Zombi) e naturalmente gli altri protagonisti del cast del Royal Court Theatre, il Rocky Horror Picture Show è diventato uno dei midnight movie per eccellenza.

Guardarlo ad Halloween, ad esempio (non è raro che venga trasmesso in TV, per l’occasione) è un rituale impossibile da mancare per qualsiasi appassionato, ed ha avuto nel tempo una fama tale da essere riproposto più volte al cinema, in TV ed ovviamente nella movimentatissima versione teatrale The Rocky Horror Show. Il Museum Lichtspiele (Monaco di Baviera) ha riproposto il film settimanalmente dal 1977, offrendo al pubblico uno speciale RHPS-Kit per consentire una opportuna partecipazione del pubblico: quest’ultimo conteneva un biscotto, del riso, un fischietto, una candela ed ovviamente le istruzioni cartacee per eseguire il Time Warp.

La partecipazione del pubblico, ed il fatto che il messaggio sia colto nel modo più concreto (Don’t dream it, be it) sembra suggerire – in un turbine grottesco di allusioni sessuali ed orrorifiche – che anche la persona più inibita potrebbe passare da una vita di frustrazioni ad una di puro edonismo e godimento della sessualità. In realtà, pero’, tra scienziati nazisti in incognito e crudeli alieni armati di raggi laser, la cosa viene mostrata quasi virtualmente impossibile, proprio per via di queste volontà autoritarie e repressive.

Probabilmente è questa una delle chiavi di lettura più importanti del Rocky Horror cinematografico, capace di coniugare ironia e serietà senza mai scadere nel serioso o, peggio, nel gratuito: questo, al di là degli imperdibili giochi pirotecnici sulla scena, degli arrangiamenti magistrali, della regia perfetta e dei continui doppi sensi di cui è pervaso il film, molti dei quali smarriti nell’approssimativa traduzione italiana: tanto per fare un esempio, Riff Raff accoglie i due protagonisti suggerendo a Janet di essere “wet” – tradotto come fradicia a causa della pioggia. L’allusione è (era) piuttosto esplicita, e la donna mostra di averla colta, anche con un certo risentimento.

Dal lavoro originale è stato tratto anche un videogame – che oggi definiremmo retrogame – per Apple II, Amstrad CPC, Commodore 64/128 e ZX Spectrum – prodotto dalla CRL Group, defunta azienda inglese di software che produsse molti altri giochi a tema horror (fonte delle immagini: mobygames.com).

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Al di là dell’intreccio del Rocky Horror Picture Show – ben noto un po’ a chiunque: una coppia della provincia americana, casta e inibita, si imbatte casualmente nello spettrale castello del bizzarro Dr. Frank-N-Furter, carismatico scienziato in reggicalze che vuole costruirsi un amante perfetto artificiale – è interessante analizzare nel film la presenza di due componenti: quella puramente ludico-sessuale che, naturalmente, trasuda da ogni poro, alternando momenti spassosi ad altri, come la prima comparsa di Frank-n-Furter, che sono rimasti scolpiti nell’immaginario collettivo, ed una seconda più seria (mai troppo, se non nel tragico e secondo alcuni enigmatico finale), che si ricollega in più parti ad una delle opere d’arte più celebri degli anni ’30 in America.

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Mi riferisco naturalmente ad American Gothic“, il dipinto del 1930 realizzato dall’artista statunitense Grant Wood, che viene periodicamente parodizzato all’interno del film, e questo fin dal primo istante in cui compare la coppia Richard O’Brien / Patricia Quinn.

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Poco prima del Time Warp, la danza rock’n roll che simboleggia il film più di qualsiasi altro brano, alle spalle di Riff Raff è possibile vedere il dipinto in questione.

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Nel finale, inoltre, non appena i due fratelli alieni svelano la propria vera identità, l’opera viene riproposta in versione futuristica, dove il forcone (che simboleggia l’essenza del redneck americano e, per estensione, del bigottismo provinciale che si oppone ferocemente alla “decadence” della trasgressione) diventa un laser letale, utilizzato per eliminare sia il dottore che la sua muscolosa bionda creatura Rocky.

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Guardando più avanti nel tempo, ed arrivando fino ai giorni nostri, tra le curiosità troviamo un’ulteriore rielaborazione sul tema (non l’unica indubbiamente, ma di sicuro una delle più interessanti): Chet Zar ha proposta una meravigliosa versione post-apocalittica dell’opera, che sembra seguitare cronologicamente proprio l’ultima vista nel film.

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In definitiva, l’eredita di questo musical-cult anni settanta è arrivata, a quanto pare, intatta fino ad oggi, per costituire uno dei più celebri musical al mondo, oltre che – naturalmente – uno dei più longevi.

(informazioni sul film tratte da imdb.com, screenshot tratti da flickr.com/photos/seeing_i)

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You’re the next (A. Wingard, 2011)

You’re the next, minaccioso già dal titolo e – sia detto di sfuggita – senza che risulti involontariamente comico (come tante premesse di horror di bassa lega hanno fatto), è un buon film di Adam Wingard (classe 1982: ha lavorato su V/H/S e diretto Home Sick del 2007) rientra a pieno diritto nel sottogenere horror-thriller delle “home invasion“, ovvero situazioni in cui (neanche troppo paradossalmente) si trova una famiglia insospettabile aggredita, di solito senza motivi chiari all’inizio, da sconosciuti armati di tutto punto. L’imprevisto diventa in questi casi un motivo perchè personaggi miti ed irrepresensibili possano sfoggiare il proprio spirito di sopravvivenza e, soprattutto, la propria innata – e fino ad allora repressa – ferocia (Le colline hanno gli occhi).

Un genere che è (stato) facile preda di allegorie e metafore di ogni genere – la paura del terrorismo in casa nostra, o l’evergreen dell’horror di sempre, cioè l’immortale paura del prossimo – e che qui arriva a prefigurarsi come uno dei migliori film del genere degli ultimi anni. E questo per una serie di ragioni che diventano difficili da elencare nella propria totalità, e che finirebbero per togliere il gusto della visione a chi non ha ancora avuto modo di gustarlo: “You’re next” parte da situazioni apparentemente stereotipate (la casa isolata nel bosco, la famiglia perfetta) ed introduce un elemento disturbante all’improvviso, cioè degli sconosciuti armati di balestra che aggrediscono gli inquilini. Lo scopo sembra quello di ucciderli uno per uno, per ragioni che si capiranno solo nel seguito (forse neanche impossibili da immaginare, in effetti). Quello che funziona tremendamente (l’avverbio non è casuale) è il mix tra normalità e delirio che rende un horror perfetto, o quasi: e questo si affianca ad uno studio sui personaggi, sulle proprie pulsioni e sui rispettivi scheletri nell’armadio che crea un gioco di ombre, brevi luci e piccoli frammenti di innocenza violata capaci di far sobbalzare sulla sedia più di uno spettatore.

Per quanto esistano lavori simili a You’re next – penso a The Strangers di Brian Bertino del 2008, ma forse il vero archetipo è Funny Games – questo film ha il pregio di saper dare un ordine al caos che si crea davanti ai protagonisti, e che si lascia guardare con curiosità e quel minimo di sospetto che, in questi casi, fa la differenza. Questo non soltanto perchè lo script è solido e le trovate accattivanti non mancano, o perchè l’avvenenza dei protagonisti – in particolare Wendy Flenn, nella parte di una dark lady iconica e conturbante – passa in secondo piano rispetto alla storia nel concreto (con tanto di finale a sorpresa beffardo, nichilista e crudele, degno della migliore exploitation), ma anche perchè You’re next è oggettivamente un buon horror, con tutte le carte in regola per diventare di culto.

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The bleeding house (P. Gelatt, 2011)

Una famiglia vive in una casa di campagna, quasi completamente isolati dal resto del mondo: neanche il tempo di iniziare a svelare gli scheletri nell’armadio che uno sconosciuto si presenta alla loro porta, chiedendo ospitalità. Le reali identità dei personaggi si sveleranno lentamente…

In breve. Una home invasion senza infamia e senza lode, per certi versi sulla falsariga di You’re the next, con la differenza che si gioca molto (troppo?) sulle sensazioni, sul voler fare meta-cinema, sul focalizzare quasi più i dialoghi che l’azione. Il risultato è “da intenditori”, nel senso che si lascia apprezzare da pochi: troppo pochi.

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Le sensazioni che accompagnano questa mia ennesima visione horror sono contrastanti: da un lato penso che il film sia interessante, anche fatto discretamente (per essere un esordiente), per quanto (d’altro canto) l’idea di un’ennesimo sconosciuto che entra nell’ennesima casa sperduta per via degli ennesimi scheletri nell’armadio mi esalti davvero poco. Eppure questo è, nella sua brutale schiettezza,  “The bleeding house“: un’esaltazione della crudeltà che non lascia spazio a giustificazioni, arrivando a concepire qualche piccolo “vuoto” di troppo come pretesto per innalzare l’interesse. Te ne accorgi più o meno a dieci minuti dalla fine del film, quando sei troppo stanco o annoiato per pensare qualcosa di diverso (forse), eppure il meglio del lavoro è racchiuso lì: in quei minuti finali, che tardano un po’ ad arrivare dopo un film lento, non troppo incalzante e con qualche pretesa metaforica di troppo.

Del resto, con un cast del genere, con attori non troppo esaltanti, con l’ennesima ragazzina inquietante che non si capisce davvero “perchè, again & again“, è l’unica cosa che in onestà si possa scrivere a riguardo. Forse dipende molto da quanti e quali film si è visti, per quanto mi riguarda posso dire che si è visto di meglio altrove, in altri tempi e luoghi. Lo spettatore, per quanto intrigato dalla situazione iniziale, si troverà di fronte un lavoro certamente di livello decente, specie se paragonato a molte altre opere prime del genere. Manca quella marcia in più, manca quell’aspetto che possa davvero restare impresso nella memoria. E così la figura dello psicopatico vestito di bianco, tanto per (non) cambiare in vena di moralismo religioso, diventa una figura pallida, scialba, poco focalizzata ed altrettanto poco convincente. Peccato perchè i presupposti non mancavano: famiglia dal passato torbido (le madri dei vari Argento hanno pur lasciato una traccia), tensione, una punta di sadismo anche particolarmente originale nel modus operandi del maniaco. I due genitori sono una fotocopia malriusciti dei due (perfetti, nella loro umanissima imperfezione) di Funny Games, il resto è roba da slasher americano puro: resta impresso per poco, non impressiona ma non puoi neanche dire, in fin dei conti, di aver visto una schifezza. Tra venti anni diventerà un cult di sicuro, per cui tenetelo d’occhio quantomeno per questa ragione.

 

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Il qualunquismo della critica cinematografica sul web

Questo mio articolo riprende alcune tematiche che avevo trattato sul mio blog recensioniHC (migrato qui, per chi non se ne fosse accorto), e le estende alla luce di un fatto che considero, nel suo piccolo, preoccupante: ovvero la diffusione di critici “in erba”, improvvisati e saccenti, molto diffusa sul web e nei siti di cinema mediante commenti.

Un vero e proprio campo minato, in effetti, visto che anch’io ho scritto tanto di cinema sul web, sia qui che per gli amici di FascinationCinema): ho sempre cercato di evidenziare aspetti inediti, originali e minimamente di “ricerca” relativi ai film che avevo visto, ed il più delle volte rinuncio a scrivere (specie da quest’anno) se il film non mi dice abbastanza da meritare una recensione. Del resto le obiezioni che ho sentito in questi anni (ma scusa, a che cosa servono le recensioni? chi le leggerà mai? perchè non scrivi qualcosa di tuo, piuttosto?) unito all’entusiasmo di altri maniaci del genere horror e di genere (ottimo lavoro, mi piace come scrivi, non sapevo queste cose, ecc.) pone in primo piano la figura del recensore come individuo, piaccia o meno, con una certa responsabilità. Il più delle volte, la critica ufficiale, ad esempio, nella smania di consegnare la recensione o perchè costretto ad occuparsi di un genere che non conosce nè ama, ha fatto in modo di incoraggiare il pubblico a praticare un superficiale tiro al bersaglio. Fosse quello il problema: anni fa forse lo era, adesso la priorità è l’idea, da combattere, che chiunque sia un critico di cinema. Il web da tempo ha reso l’opinione del forumista pari a quella dell’accademico, e per quanto abbia stuzzicato il senso critico delle persone, resta un qualcosa di sostianzialmente più pericoloso che altro.

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Il fenomeno dei Youtubers” che recensiscono film, tanto per citare un esempio noto a tutti, senza avercela con nessuno in particolare, è tanto simpatico, irriverente e divertente (addirittura alcuni di essi potrebbero essere invitati ad eventi come veri e propri autori) quando spensierato, superficiale e fuorviante: non che uno debba per forza tirare fuori i pipponi su Kubrick, ci mancherebbe altro, pero’ non è neanche giusto che si bolli un film come cattivo solo perchè, magari, la persona che l’ha visto (si spera) e ci ha scritto due righe al PC l’abbia davvero capito. Sento spessissimo criticare b-movie perchè fatti male, questo è fuori bersaglio quando dire che il punk possiede troppe poche note e che, piuttosto, la musica classica è una figata. Critiche lecite, ci mancherebbe, ma se lo scopo del critico (ufficiale o web che sia) è quello di far capire al pubblico di cosa si tratta, nel bene o nel male, siamo fuori strada secondo me. Per fare battute, ironizzare sulle interpretazioni o sbeffeggiare film a caso perchè vecchi, brutti, sporchi o cattivi, c’è sempre il bar sotto casa.

Questo si riflette in questi ambiti, passano quindi idee decisamente inquietanti: ad esempio, il fatto che chiunque scriva X su un film controverso abbia ragione a prescindere (magari solo perchè ci hai cliccato), o peggio che recensire un film implichi elencare programmaticamente i difetti della pellicola, o peggio ancora farsene beffe, senza considerare quelli che sono quattro elementi fondamentali (ed altrettanto trascurati):

  1. la tempistica dell’opera (esempio: non dovresti “sfottere” un vecchio horror con Vincent Price per via degli effetti speciali, così come non puoi lamentare la produzione poco cristallina di un disco X di quasi 30 anni fa, e non puoi neanche scrivere che un film è “originale” quando si tratta di un sostanziale remake e tu non ne sapevi nulla perchè, bonta tua, quando è uscito l’originale non eri manco nato). Per il critico web qualunquista, si tratta di “vecchiume”, e tanti saluti.
  2. i riferimenti e le citazioni, per quanto a volte siano pretenziosi, ci sono spessissimo in quasi ogni genere – sia in quello di genere che nella musica; un esempio abusato potrebbe essere Tarantino che cita le opere di Fulci, oppure i Cro-mags che evocano gli assoli di Kill’em all dei Metallica. Per il critico web qualunquista, si tratta di “scopiazzature”, e tanti saluti.
  3. lo stile del film o del singolo brano (facile accusare di aver copiato, difficile è accorgersi di aver rielaborato in chiave moderna). Per il critico web qualunquista, si tratta di “intellettualismi” e tanti saluti.
  4. in ultimo – ma non ultimo come importanza, la storicizzazione dell’opera (esempio classico: convincersi che “The blair witch project” sia “geniale” nella trovata della videocamera amatoriale, quando si tratta di un espediente ampiamente sfruttato da Deodato molti anni prima, senza contare che il mockumentary, esaltato da opere notissime al grande pubblico come Cloverfield, già esisteva negli anni 60). Per il critico web qualunquista, i remake sono socialmente accettati, i film vecchi sono per i vecchi parrucconi e, naturalmente, “vaffanculo”.

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Scrivere recensioni “giusto per”, riflettendo i gusti di uno spettatore che sta smarrendo, purtroppo, il gusto di guardare film ed ascoltare musica (“è tutto già stato fatto” è un mantra diffuso quanto pericolosamente chic) rischia di privare il pubblico dell’aspetto più importante di qualsiasi critica (professionale o amatoriale che sia): quello di far capire le intenzioni dell’autore dell’opera. Se ignori il fatto che Romero volesse esprimere critica sociale nei suoi film è un qualcosa che puoi condividere o meno, ovviamente, ma non puoi far finta di nulla in merito, e banalizzarlo come film scadente.

Se ci fosse bisogno di aggiungerlo: non tutti i mainstream fanno schifo e non tutto l’underground merita, anzi in molti casi mi è capitato di riscontrare artisti – in particolare musicisti – troppo snob, troppo divisi, troppo orgogliosamente legati alla propria nicchia, a volte ammorbati dagli stereotipi del proprio genere oltre che molto slegati dalla realtà del pubblico che si ritrovano (es. metallari con un seguito di 11 “fan” che si illudono di suonare nella Bay Area).

Le mie “recensioni” più che altro annotano sensazioni, stati d’animo e dettagli legati a ciò che vedo / sento, dando all’underground lo spazio che, secondo me, merita. Nella speranza di farvi conoscere qualcosa di diverso dalla “solita minestra”, farvi trascorrere del tempo pacificamente e – se possibile – farvi divertire con piacevoli scoperte. Almeno, ci provo con un briciolo di serietà in più di molti altri, e con tutta la passione che il tempo mi lascia a disposizione.

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Come rovinare la visione di un film: 10 regole “d’oro”

Ecco i dieci migliori (o peggiori) modi per rovinarsi la visione di un film, raccolti in anni di esperienza.

1) Fare battute stupide alla prima scena di sesso - anche accennato – del film. E’ invece perfettamente lecito, specie nel caso dell’exploitation, costruire la propria antologia personale di sex-symbol. Mentalmente.

2. Visitare il “sito ufficiale” del film: è solo marketing, ed aiuta a far apparire il film quello che non è.
3. Farsi raccontare/spoilerare la trama. Ma lì sono i limiti della decenza, oppure siete onanisti della pellicola (“Raccontami Tenebre di Argento, che stasera voglio vederlo“).
4. Vedere film “lenti” con amici casinisti. Sebbene il contrario sia perfettamente lecito, e anzi spesso consigliabile (vedere film trash con amici “lenti”, tanto per svegliarsi un po’), è bene che ai casinisti si propinino opere altrettanto goliardiche e “godibili” nel senso stretto del termine. Altrimenti si rischia di passare per gente alla peggio noiosa, alla meglio intellettualoide.
5. Vedere film con spasimanti/aspiranti fidanzate/i. Non aiutano il senso critico, di solito instaurano reciprocamente la sindrome da critica moderna secondo la quale bisogna considerare tutto un capolavoro. Un darsi ragione a vicenDa magari aiuta la tresca amorosa, ma rovina la visione di qualsiasi opera.
6. Vedere i propri film preferiti assieme ad amici. Con le dovute e necessarie eccezioni, il più delle volte gli amici non apprezzeranno e, in molti casi, finirete voi stessi per svalutare il film. Meglio che, nelle visioni di gruppo, nessuno abbia mai visto quello che si sta per visionare. “Ti faccio vedere un film bellissimo: io l’ho già visto 912 volte
7. Fare filosofia sui film visti: è pesantemente da nerd, me ne sono convinto dopo anni di visioni collettive. A parte questo, sarà anche un esercizio mentale stimolante, ma rischia di far scivolare il pubblico verso convizioni che sono diverse da quelle registiche. Unica pesantissima eccezione, per quanto mi riguarda, i film di David Cronenberg.
8. Nel caso dei gialli, dire – ovviamente a posteriori – che si era capito dall’inizio chi fosse l’assassino. E sì, bravo, clap-clap.
9. Nel caso degli horror, lamentare che la trama “era scontata”.
10. Dulcis in fundo, il capolavoro dell’orrido: leggere/bruciare la trama su Wikipedia, senza considerare che spesso riporta errori, travisamenti dell’intreccio ed interpretazioni del tutto soggettive.

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Moebius (2013, Kim Ki-duk)

Da non confondersi con l’omonimo argentino del 1996, Moebius (trasmesso su RaiTre il 6 aprile di quest’anno) è l’ultimo film del prolifico regista coreano Kim Ki-duk, che certamente non le manda a dire a livello contenutistico per quanto, in questa circostanza, la forma sembri decisamente più corposa della sostanza. Tanto per cominciare, perché Moebius? L’accostamento con il celebre “nastro” scoperto dal matematico Mobius (una struttura che si avvolge su se stessa, ottenibile congiungendo le due estremità di un nastro dopo averne girata una di 180°), si lega alla struttura narrativa avvolgente e dai tratti non lineari del film, un po’ come avviene in Strade perdute di Lynch. Pensare ad esso comporta svariate suggestioni, che scateneranno particolarmente le menti degli spettatori che già sanno di cosa si tratti.

Lo schermo allucinato della vita di persone comuni, che trasformano una “ordinaria” tresca padre-figlio-amante-madre in un vortice di violenze, sopraffazione e crudeltà. Al centro della narrazione l’idea di evirazione, di privazione forzosa della parte sessuale maschile per espiare le proprie colpe regresse, e naturalmente dei suoi risvolti tragici. In fondo, i guai peggiori del film vengono fuori dal trapianto che il padre concede al figlio, diventa simbolo di una potenza del tutto smarrita, ed il fatto che giusto un pene assuma questo genere di valenza è tanto grottesco quanto notevole. Non ci viene detto il nome dei personaggi, e questo è quanto. Dettaglio ancora più interessante, il film è del tutto privo di dialoghi: ma questo non dovrebbe far temere velleità arthouse o da cinema d’essai, per quanto – forse solo per via dell’argomento trattato – il messaggio passi grazie alla fisicità possente ed espressiva degli attori. E questo avviene in modo diretto, puri, comprensibile quasi certamente da solo quegli spettatori provvisti degli attributi (é proprio il caso di dire) per vedere il film senza distogliere lo sguardo neanche per un attimo. Dato il cinismo di Ki-duk, ed il suo stile diretto e fin troppo privo di fronzoli, non sarà per nulla un’impresa agevole.

Il figlio, in particolare, esempio archetipico di bravo ragazzo tormentato dai bulli, diventa anche chi che paga colpe e capricci dei propri genitori: il suo arresto, del resto, coincide con la sua mutazione completata, sia dal lato fisico che comportamentale, un po’ come sarebbe avvenuto nel miglior Cronenberg. Non passa istante in cui qualcuno non voglia sbirciare nei pantaloni del ragazzo, diventato una sorta di fenomeno da baraccone per via del delicato intervento subito; al tempo stesso il padre, figura in parte debole e del tutto vittima degli eventi, scopre un modo “alternativo” per procurarsi piacere, ovvero sublimando il dolore fisico, e ritenendo che ciò possa condurlo ad un orgasmo che non saprebbe in quale altro modo raggiungere. Una teoria non troppo dissimile da quella dei “supplizianti” di Hellraiser, a ben vedere, per quanto non ci sia traccia dell’impianto scenico immaginifico del film di Barker. Qui il realismo è quanto di più vivido si possa immaginare, e probabilmente è questo l’aspetto realmente spaventoso in ballo.

Il padre che viene scoperto con l’amante, la madre che vorrebbe vendicarsi sul marito per poi ripiegare sul figlio, i teppisti che aiutano apparentemente il ragazzo salvo poi coinvolgerlo in uno stupro, parlando di un’umanità persa nei palazzi anonimizzanti delle metropoli, oltre che nei suoi vicoli asfissianti. Viene in mente lo stesso regista quando afferma che “l’odio di cui parlo non è rivolto specificatamente contro nessuno; è quella sensazione che provo quando vivo la mia vita e vedo cose che non riesco a capire. Per questo faccio film: tentare di comprendere l’incomprensibile“, il che sembra chiarire parte del senso del suo film. Moebius diventa un trattato dell’assurdo su un mondo incomprensibile, prepotente e spaventoso, nel quale è difficile chiarire appieno le motivazioni dei personaggi, per quanto il sesso (e non poteva essere diversamente, in questo contesto) assuma una valenza tanto preponderante da sembrare logorroica.

C’è da aggiungere – perché non è certo cosa di poco conto – come questo film sia profondamente scabroso, e vada a combinare in un vortice di pulsioni erotiche una storia tanto semplice quanto scandalosa per le sue conseguenze (e che a volte, francamente, sembra addirittura illogica o “buttata lì”). Il mondo di Moebius è fatto di città semidesertiche, in cui i protagonisti si sbirciano con aria smarrita, consumano sesso proibito, fugate e a volte incestuoso, e con uno sguardo impietoso su baby-gang una più tremenda dell’altra. Con un perenne rivoltarsi dei giovani contro le generazioni precedenti, si crea un turbine che sembra non conoscere speranza nè possibilità di reale redenzione.

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Der Todesking – Jorg Buttgereit (1989)

Agli occhi di una bambina (che lo disegna nella prima e nell’ultima scena del film) non sarà altro che uno scheletro un po’ naive, con una semplice corona in testa, dal quale sembra non debba esserci nulla da temere. I vari suicidi sembrano causati dalla lettura della lettera della setta (vedi exxagon per il contenuto esatto), ma questa in fondo è solo una spiegazione razionale (o quasi) di una catena di suicidi-omicidi che mostrano la pochezza della natura umana: fragile, contraddittoria, e come se non bastasse spesso anche violenta.

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