Buoni contenuti web: solo se hanno un autore accreditato

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di Salvatore Capolupo, ultimo aggiornamento: luglio 27, 2011
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Come sta definendo Google un “buon contenuto” sul web? c’entra molto il semantico, come sempre, ed un nuovo concetto di “authority” legata all’autore dei contenuti piuttosto che al sito stesso.

Avevo avuto modo di discutere, qualche tempo fa, del tag rel=”author” che in sostanza aiuta sia Google che gli utenti del vostro sito a capire che siete voi l’autore dei contenuti. Questo secondo me è una fortissima spinta verso la definizione finalmente univoca della qualità di un contenuto, ovvero ciò che effettivamente ne rende uno un “good content” secondo una serie di criteri che, alla fine dei conti, sono prettamente semantici e piuttosto indifferenti dalle logiche SEO classiche. La chiave di questo approccio è: “vogliamo conoscere univocamente gli autori originali dei contenuti”.

I suggerimenti di Google per creare contenuti “rich & useful” sono:

  • Creare un profilo di Google ed inserirvi tutti i siti che vi interessano come autori di pagine o creatori di contenuto (NON semplicemente da webmaster, quindi) (Per aggiungere i link al profilo, quindi, fare click su Edit profile, poi sulla casella Links sulla destra e da qui aggiungerli)
  • cambiare la foto del profilo ed inserirne una che sia di alta qualità/definizione, in modo da essere candidabili a comparire direttamente nelle SERP col vostro profilo.
  • Inserire nelle pagine di “buon contenuto” un link al vostro Google Profile (vedi istruzioni).

Ma questo, in fondo, non è che uno scambio di link “autoritativo”, effettuato direttamente tra voi e Google, allo scopo di evitare false attribuzioni di authorship. Nel momento in cui Google rileva materiale sul web con questa sorta di “certificazione”, nella sezione “+1″ del vostro Google Profile dovrebbe comparire il sito che avete scelto, a patto (dicono) di inserire almeno una pagina contenente il widget Plus One.

Come forse ricorderete dai miei vecchi post sull’argomento la semantica serve, in ottica SEO, a definire in modo più chiaro ed univoco un legame (binding) tra un’entità reale “seria” (azienda, brand, professionista, blogger autorevole) e la/e pagina/e di un blog. Questa richiesta di maggiore chiarezza e trasparenza, richiesta secondo me a gran voce sia dagli utenti (che siano geek o “utonti”) che dai motori di ricerca, porta in sè una serie di conseguenze piuttosto interessanti:

1. Anzitutto definisce un modo chiaro e semplice per mettere in evidenza se stessi, le proprie qualità come “content creator” ed il proprio brand nelle ricerche: da quando ho inserito la authorship su questo blog, ad esempio, lo snippet-preview di Google mostra anche una foto del mio profilo nei risultati, specificando pero’ che verrà mostrata solo nel caso in cui la persona (cioè io) sia effettivamente l’argomento trattato nello stesso. La rilevazione del feed RSS semantico che ho inserito, inoltre, conferma la tendenza di Google verso tale direzione, cosa che sospetto da diverso tempo.

2. Si declassano qualitativamente article marketing e content farm: un blogger che scriva 1000 articoli anche se su 10 testate online differenti puo’ tranquillamente valere e farsi valere, a prescindere da concetti obsoleti relativi alla “forza” dei link in ingresso, o a pratiche piuttosto discutibili come “ripubblica questo articolo per intero, e citami come fonte“.

3. Si filtrano spam e “clicca qui” selvaggi in modo semplice e naturale. Un blogger autorevole in un certo campo, che soffra ancora di scarsa popolarità nonostante la bontà dei suoi contenuti, difficilmente sarà tentato dal creare 500 blog-ombra “autorevoli” con backlink al proprio profilo, oppure dall’iscriversi all’ennesimo aggregatore-copiatore di contenuti. Questo perchè se lo farà dovrà necessariamente includere la propria identità, con evidenti danni di immagine se ad esempio utilizza parole chiave abusate o tecniche poco “pulite” (ve lo immaginate un professionista che si gonfia la popolarità con un backlink da un sito “poco serio”?) Difetti di questo tipo di approccio, quantomeno per chi opera in questo settore con onestà da anni, non dovrebbero essercene, salvo il fatto che si obbliga di fatto l’utente a pubblicare ogni volta informazioni riservate su se stessi (il proprio profilo Google), il che ad esempio per chi lavora con siti hard potrebbe non essere necessariamente il massimo in termini di privacy. Ovviamente ciò, di contro, ha il vantaggio di minare la credibilità dell’ennesimo furbastro che voglia lucrare con le tecniche per “guadagnare su internet senza fare nulla“… Non dimentichiamo, quindi, che questo va a vantaggio di chi produce contenuti originali a forza di scervellarsi di riscrivere e/o di inventarsi applicazioni e/o di digitalizzare materiali inediti, anche se di diversa tipologia: l’importante attualmente è che ci sia il link rel=”me” oppure rel=”author” a fare capire chi siamo.

 

Riferimenti: Guida Ufficiale di Google sulla “authorship”