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Giallo all’italiana: un genere che ha conosciuto il massimo dello splendore in Italia negli anni 60/70, per poi sparire praticamente quasi del tutto (se non fosse per il solito Argento che pero’, di fatto, lo ha quasi sempre contaminato con elementi di horror puro). Senza dubbio intrighi, misteri apparentemente irrisolvibili, lotte di potere, micro-complotti e macchinazioni fanno parte da sempre della letteratura gialla classica, e in questa sede ci si ispira da un lato a questo tipo di produzione, dall’altro la si contamina con elementi prettamente violenti o erotici (a volte al solo scopo di “fare cassetta” o mera exploitation).

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Non è agevolissimo proporre un elenco di questo tipo, principalmente perchè – come già nella lista dei migliori 25 horror mai girati – il giallo “puro” non è “giallo all’italiana” – che possiede peculiarità che lo distinguono dal primo – e poi perchè, come al solito, si rischia di mettere da parte qualche titolo: di fatto la produzione davvero solida è decisamente più limitata, e questo perchè in tale genere bisogna per forza far quadrare i conti, mentre nell’horror le licenze poetica irrazionali diventano, se necessario, decisamente più accettabili. Le motivazioni (o il movente, se preferite), per quanto bizzarre/o o poco credibili/e, devono/deve sempre far capo ad un finale e dare un senso, piaccia o meno, al body-count che si verifica da parte dell’assassino in impermeabile di turno. Altrimenti parleremo di slasher o di tutt’altro, e non più del “giallo all’italiana” per cui siamo ancora famosi nel mondo del cinema di genere. Certamente non mancano, nella cinematografia del genere, esempi di conclusioni irrazionali, forzose o quantomeno improbabili: per queste ragioni, di seguito, mi sono basato al 70% sulla validità effettiva del finale, che è quello che decreta (a mio avviso) la vera forza della pellicola di questo genere.


1) Giornata nera per l’ariete. L’intreccio è tratto, molto liberamente a quanto risulta, dal romanzo The Fifth Cord di David Macdonald Devine. Molte tematiche sono comuni a più intrecci (la follia, lo sdoppiamento della realtà) e risultano forse meno approfonditi, ma c’è certamente parecchia classe cinematografica.


2) Il gatto dagli occhi di giada. Un esempio di buon giallo-thriller di fine anni settanta realizzato da Antonio Bido: trama intricata, violenza ben dosata ed immancabile sorpresa finale. Il tributo ad Argento è fin troppo esplicito a cominciare dal titolo, senza contare lo stile che ricalca molto da vicino quello del famoso regista romano, ma bisogna tenere conto nella valutazione che si trattò dell’opera di un regista addirittura esordiente. Colonna sonora stile progressive rock dei Trans Europa Express.


3) La morte cammina con i tacchi alti. Teso al punto giusto, intrigante e sanamente voyeuristico: diremmo praticamente “perfetto”, ma probabilmente sono influenzato in questa valutazione dalle mie preferenze personali (credo che si tratti di uno dei migliori in assoluto del genere). Un thriller all’italiana ambientato in uno scenario da horror classico, con numerosi richiami ai più celebri stereotipi del genere (dinamiche degli omicidi, caratterizzazioni dei personaggi, “scenette” di intermezzo da humor inglese). Questo senza mai abusare del “già sentito”, e presentando piccole variazioni sul tema per un film complesso, avvicente ed altrettanto scorrevole. Anche qui, ovviamente, un bel doppio finale.

4) Mio caro assassino. Grandissimo film dal sapore fortemente argentiano (alcune sequenze sembrano tratte integralmente da “Profondo Rosso“): dopo l’inizio di una catena di omicidi, che ricollegano il caso a quello di una bambina rapita assieme al padre, verrà progressivamente a galla la verità in un finale tutto da gustare. Indimenticabile la rassegna conclusiva dei sospettati nella tradizione del più classico Sherlock Holmes, e molto singolare, inoltre, la rivelazione della verità che avviene nell’ultimo fotogramma.

5) La dama rossa uccide sette volte. Il morto che non è (forse) davvero tale, o che quantomeno ha fatto credere la propria morte per convenienza, è un leitmotiv del genere che qui esce fuori con grande autorevolezza e discreta originalità. Una buona prova del regista Miraglia, mentre la Bouchet si mostra in gran forma (non solo fisicamente). Decisamente da riscoprire.

6) Lo strano vizio della signora Wardth. Un vero cult nello scenario giallistico all’italiana, che fa coppia con l’altrettanto interessante (e morboso) “Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave”. Una Fenech da capogiro (in tutti i sensi) ed un Rassimov nella parte del “dominatore” davvero memorabile: il reale senso del termine “giallo erotico” molto probabilmente passa da queste parti.

8) Quattro mosche di velluto grigio. Imperdibile: se amate il giallo italiano questo film è da vedere almeno una volta nella vita. Gli elementi horror non sono ancora marcati come nella produzione successiva di Dario Argento (ne troviamo uno reale soltanto alla fine), e questo rende il prodotto appetibile anche per chi non sia troppo avvezzo alla violenza su schermo.

9) Gatti rossi in un labirinto di vetro. Lenzi, regista del film, riesce a dare il meglio di sè con il poliziesco all’italiana (Milano odia… è tutt’oggi un capolavoro ineguagliato del genere) ma se la cava bene anche con il giallo; si tratta di un esempio di cinema di genere piuttosto sopra le righe, se riferito relativamente alla produzione del regista.

10) Non si sevizia un paperino. Giallo all’italiana nella dinamica della trama, per quanto contaminato da elementi horror, con un messaggio di fondo talmente nitido da rendere giustificabile e non meramente gratuito il tutto. Uno dei migliori film di Lucio Fulci in ambito giallistico, assieme a Una lucertola con la pelle di donna ed il capolavoro (qui virato sul giallo-erotico) poco conosciuto Una sull’altra.


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