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You’re the next (A. Wingard, 2011)

You’re the next, minaccioso già dal titolo e – sia detto di sfuggita – senza che risulti involontariamente comico (come tante premesse di horror di bassa lega hanno fatto), è un buon film di Adam Wingard (classe 1982: ha lavorato su V/H/S e diretto Home Sick del 2007) rientra a pieno diritto nel sottogenere horror-thriller delle “home invasion“, ovvero situazioni in cui (neanche troppo paradossalmente) si trova una famiglia insospettabile aggredita, di solito senza motivi chiari all’inizio, da sconosciuti armati di tutto punto. L’imprevisto diventa in questi casi un motivo perchè personaggi miti ed irrepresensibili possano sfoggiare il proprio spirito di sopravvivenza e, soprattutto, la propria innata – e fino ad allora repressa – ferocia (Le colline hanno gli occhi).

Un genere che è (stato) facile preda di allegorie e metafore di ogni genere – la paura del terrorismo in casa nostra, o l’evergreen dell’horror di sempre, cioè l’immortale paura del prossimo – e che qui arriva a prefigurarsi come uno dei migliori film del genere degli ultimi anni. E questo per una serie di ragioni che diventano difficili da elencare nella propria totalità, e che finirebbero per togliere il gusto della visione a chi non ha ancora avuto modo di gustarlo: “You’re next” parte da situazioni apparentemente stereotipate (la casa isolata nel bosco, la famiglia perfetta) ed introduce un elemento disturbante all’improvviso, cioè degli sconosciuti armati di balestra che aggrediscono gli inquilini. Lo scopo sembra quello di ucciderli uno per uno, per ragioni che si capiranno solo nel seguito (forse neanche impossibili da immaginare, in effetti). Quello che funziona tremendamente (l’avverbio non è casuale) è il mix tra normalità e delirio che rende un horror perfetto, o quasi: e questo si affianca ad uno studio sui personaggi, sulle proprie pulsioni e sui rispettivi scheletri nell’armadio che crea un gioco di ombre, brevi luci e piccoli frammenti di innocenza violata capaci di far sobbalzare sulla sedia più di uno spettatore.

Per quanto esistano lavori simili a You’re next – penso a The Strangers di Brian Bertino del 2008, ma forse il vero archetipo è Funny Games – questo film ha il pregio di saper dare un ordine al caos che si crea davanti ai protagonisti, e che si lascia guardare con curiosità e quel minimo di sospetto che, in questi casi, fa la differenza. Questo non soltanto perchè lo script è solido e le trovate accattivanti non mancano, o perchè l’avvenenza dei protagonisti – in particolare Wendy Flenn, nella parte di una dark lady iconica e conturbante – passa in secondo piano rispetto alla storia nel concreto (con tanto di finale a sorpresa beffardo, nichilista e crudele, degno della migliore exploitation), ma anche perchè You’re next è oggettivamente un buon horror, con tutte le carte in regola per diventare di culto.

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Spionaggio online: la legge sono io?

La notizia è importante e piuttosto nota, anche se in Italia non è proprio all’ordine del giorno visto che, a quanto pare, pensiamo più che altro a piegare gli iPhone 6 (i metalli si piegano se sottoposti a pressione: che scandalo, che scoperta! Per inciso, chiunque abbia perso più di 10 minuti sulla questione probabilmente dormiva nell’ora di scienze, a scuola): si diceva, quasi certamente come conseguenza dell’inquietante ondata di spiate di NSA (che riusciva ad intercettare teoricamente qualsiasi comunicazione mondiale sia internet che telefonica, e che Snowden ha svelato al mondo e descritto nel libro di Greenwald Sotto controllo), Google – e anche Apple – hanno annunciato un maggiore supporto ai meccanismi di encryption (cioè cifratura, o crittografia, dei dati). Questo significa che le nuove versioni di cellulari Android ed iPhone, per capirci, includeranno un meccanismo di crittografia di default, sperabilmente con modalità più user-friendly di quanto non siano attualmente questi software (mandare una mail criptata richiede una procedura che, detta senzi mezzi termini, fa passare la voglia anche a molti dei più esperti, figuriamoci agli altri). Software che, ricordiamo, servono ad evitare che le nostre informazioni personali passino liberamente davanti ad occhi indiscreti – per capirci, se nel recente colossale furto di account Gmail (per non parlare di quello di foto e video da iCloud) quelle mail, quei video e quelle foto fossero state criptati, i dati diffusi in rete sarebbero stati in misura non dico nulla, ma certamente inferiore.

Notizia importante, quindi, passata pero’ nell’indifferenza assoluta dei mezzi di informazioni nostrani (che al massimo si preoccupano del fappening), l’annuncio dell’introduzione di sistemi di cifratura robusta per tutelare rubrica, SMS e dati in genere degli utenti – e renderli così non leggibili in caso di sottrazione o spionaggio dell’utente, arriva a fare scalpitare l’FBI, la quale si espone pubblicamente (citando il suo direttore attuale, James Comey) dicendo “ciò che mi preoccupa di queste società di marketing è che permettono espressamente alle persone di porsi al di sopra della legge“. Inoltre FBI avrebbe contattato Google ed Apple “per capire cosa stiano pensando, e perchè secondo loro abbia senso una cosa del genere“.

Non è certamente la modestia una dote comune nell’essere umano, anche non lo è: soprattutto perchè, come si evince dal tono e dai termini usati e per citare un celebre film, “la legge sono io“: il diritto alla privacy di un cittadino qualsiasi, che è esposto non soltanto ai rischi di intercettazione illecita delle proprie comunicazioni da parte dell’FBI, ma (come si dimentica troppo spesso) anche di molti altri malintenzionati, viene demolito da questo approccio paternalistico, falsamente rassicuramente per molti (“ma sì, fidiamoci dell’autorità, anche se ci spia tutti, del resto io non ho nulla da nascondere!”), cozza con la realtà delle cose – difficilmente, ad esempio, gli attori vittima di fappening avrebbero voluto la circolazione pubblica, ed irreversibile, dei loro scatti intimi – e si pone in un’ottima completamente irrealistica. E questo non soltanto perchè ad essere intercettati, spiati e vittime di furti di dati saranno sempre i più sprovveduti, ma anche perchè i veri furbi (e le varie gradazioni di “cattivi” della storia) riusciranno comunque a farla franca: non sarà un servizio in più (che peraltro Android aveva già, disabilitato di default) offerto da un’azienda privata a fare la differenza. È inutile, per quanto sembri brutale pensare il contrario significa ridurre la questione a quella, banalotta e semplicistica, posta da un fanboy qualsiasi il sabato sera.

È in questo caso l’approccio da “papà autoritario” a non funzionare, quindi: l’introduzione obbligatoria di meccanismi di crittografia sui cellulari ha senso eccome, specie dopo le rivelazioni di Snowden su NSA, ed in tempi in cui la privacy – al di là di qualsiasi dietrologia stramboide che si possa ricamare – è diventata poco più che un’illusione. Gli attacchi informatici che avvengono lo stesso ogni giorno (nonostante probabilmente FBI e molti altri “non vogliano”), ormai deve essere chiaro per tutti che non riguardano più una nicchia di nerd eletti, ma tutti noi (pensiamo ai leak di account Gmail, ai ripetuti casi di furto di dati privati, in tempi in cui risaputamente qualsiasi comunicazione (specialmente su vecchi dispositivi non aggiornati da tempo) diventa, per “ragioni di sicurezza”, potenzialmente intercettabile ed archiviabile. E come se non bastasse, dopo il caso FinFisher, un set completo di software spia rivenduto a migliaia di dollari (in soldoni, virus e malware per spiare PC, cellulari per tutti i principali mezzi di comunicazione), ci vuole veramente coraggio per fare i finti tonti.

Quelle che Comey chiama in modo sprezzante “società di marketing”, in effetti, possono innescare un meccanismo pericoloso di diffidenza completa da parte dell’utente, che si sentirà facilmente – dopo essersi reso conto dei rischi – sotto un fuoco incrociato (autorità da una parte, società che vogliono fare soldi sulla sua pelle dall’altra): il problema non si risolve facilmente, ma di sicuro (ed esprimo un parere credo lucido) che un’autorità massima la metta su questo piano è decisamente discutibile, se non populista del tutto: non fa ragionare le persone, ed innesca un meccanismo di odio verso le società informatiche nell’uomo della strada, spianando la strada ad indurre fiducia nelle autorità in quanto tali.

Photo by jurvetson

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Come usare navigatore e Google Maps offline su telefonini Android

Una delle migliori app che possano esistere per Android, specialmente se viaggiate molto, è certamente Google Maps: l’applicazione in questione vi permette di trovare facilmente percorsi per le destinazioni che preferite, e questo sia in Italia che all’estero. Tuttavia, pero’, in casi in cui la connessione internet non dovesse essere disponibile avrete bisogno di aver scaricato in precedenza le mappe, e per farlo potete seguire questa semplice guida.

 

Come usare il navigatore di Android senza internet

Per quanto riguarda il navigatore, è necessario installare un’app alternativa che permetta di fare quello che cerchiamo: le app che funzionano anche offline sono tutte a pagamento. Probabilmente quella di TomTom è un buon compromesso gratis (ha un numero di km mensili percorribili limitato, ma adeguato per le esigenze di molti), altrimenti dovrete scaricare qualcosa che supporti formati aperti come OpenStreetMap, ad esempio:

Le app necessarie a voi possono cambiare a seconda del luogo del mondo in cui avete bisogno di orientarvi.

 

Come usare Google Maps su Android senza internet

Per quanto rigiuarda Google Maps, bisogna aver installato almeno la versione 5.7 ed utilizzare la funzionalità apposita, ovvero “Rendi disponibile offline“. Ovviamente per accedere la prima volta alla mappa, come mostrato nella screenshot del mio telefono Android, è quella di ricorrere ad una connessione ADSL domestica funzionante.

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Come controllare i picchi di traffico di un sito

La gestione dei picchi di traffico su un sito web si può legare, secondo il nostro metodo, all’analisi del Webmaster Tools (come impostare il WMT di un sito) e di Google Analytics del proprio sito: la prima domanda che dobbiamo porci è proprio quella di sapere precisamente come misurare il traffico del nostro sito, ed un modo efficace per farlo è ovviamente utilizzare Analytics di Google. Come sappiamo, infatti, questo strumento si imposta mediante un widget Javascript nel theme del nostro sito, e ci permette di misurare il numero di unici, di visualizzazioni, di pagine per visita, di permanenza nel sito, di percentuale di rimbalzo e così via.

Cosa vuol dire “flusso di visite costante”?

Senza perderci in una descrizione dettagliata di questi parametri, concentriamoci su quelli che definiscono il numero di visitatori che arrivano al nostro sito, e che in certe situazioni potrebbero comprometterne la stabilità: in una “scala di gradazione” ideale, di fatto, potremmo partire dal considerare gli hosting gratuiti per i siti che sono ancora agli inizi, per poi considerare (salendo di un po’ col numero di visite) i cosiddetti hosting condivisi. Spesso riusciamo ad ottenere soluzioni di questi tipo per poche decine di euro all’anno – ci sono hosting nelle nostre liste che arrivano ad un euro al mese – ma ovviamente queste soluzioni sono da considerare soltanto se abbiamo un flusso costante di visite.

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Ovviamente è improbabile che le visite costanti rappresentino nel grafico una linea perfettamente orizzontale: le fonti di traffico, la struttura del sito e molti altri fattori possono influenzare questo parametro, ed inserire un certo “rumore” imprevedibile su di esso. Su Analytics, nella pratica, un flusso costante di visite viene definito qualora il numero di Sessioni ricada, in un periodo prefissato, tra un massimo ed un minimo, senza presentare variazioni sensibili e senza uscire dall’intervallo (range) che riusciamo ad individuare. Ad esempio potremmo verificare un sito che presenta visite costantemente (ad esempio) tra le 1800 e le 2100 giornaliere: questo è un flusso di traffico che tipicamente qualsiasi hosting riesce a gestire, data la sua regolarità e proprio perchè non si presentano “picchi”, cioè aumenti nel breve periodo.

Altro discorso, invece, si presenta in casi di aumenti improvvisi del traffico, che possono essere di entità variabile e che tendono a sforare leggermente la media:

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In questi casi possiamo al limite valutare una soluzione di hosting semi-dedicata, anche se di solito gli hosting di qualità, anche quando siano piuttosto economici, possono gestire queste piccole variazioni dalla norma in modo automatico (fino a 7000-8000 unici giornaliere ce la dovreste fare, insomma).

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Altro caso è un aumento improvviso che tende a deviare di parecchio dalla norma, e questo si può verificare:

  • se il link che condividiamo ha un certo successo su social come Twitter o Facebook, e viene molto rimbalzato o condiviso ripetutamente nel breve periodo (tipico dei post che diventano virali o che seguano un trend);
  • se verifichiamo nello stesso periodo un incremento corposo di impression/click sul succitato Webmaster Tools, come in questo grafico.

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Quel picco improvviso è coinciso con un incremento di visite su un blog, ad esempio, in corrispondenza di uno dei trend del momento: popolarità breve ma intensa, che se presente in misura leggermente superiore avrebbe potuto portare al cambio di hosting. Quindi un VPS, un dedicato o addirittura un cloudAmazon AWS è uno dei più avanzati che abbia mai provato, ma attenzione anche a Google Cloud – possono essere scelte sensate, ma bisogna fare sempre attenzione a valutare le casistiche. Se il sito è andato down per via di un picco di visite, valutare un upgrade del vostro piano di hosting o pensate concretamente a cambiarlo: ma potrebbe in generale dipendere da altri fattori, come cattive configurazioni del sito oppure inadeguatezza del supporto offerto dall’hosting.

Se è vero che gli hosting vi incoraggeranno sempre a fare un upgrade, è bene fare attenzione ai dati del WMT e di Analytics e sapersi regolare di conseguenza.

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Chromeos-apk permette di avviare pacchetti apk di Android direttamente da Chrome

Il nuovo progetto open source chromeos-apk permette, senza limitazioni di sistema operativo (funziona su Windows, Linux e Mac) di installare ed utilizzare pacchetti di app Android (estensione .apk), e questo direttamente con il browser Chrome.

Le prime app che erano inizialmente le sole disponibili (Duolingo, Evernote, Sight Words, Vine) possono essere estese grazie a questa versione resa disponibile, che deve essere installata via terminale in questo modo:

sudo npm install chromeos-apk -g

grazie a npm, e poi è possibile lanciare da linea di comando così:

chromeos-apk com.soundcloud.android.apk
chromeos-apk com.mia.app.android.apk
...

Fonte: arstechnicaPhoto by osde8info

Google Analytics

Come impostare Google Analytics su qualunque sito (Joomla!, WordPress …)

Le seguenti indicazioni permettono al webmaster di utilizzare Google Analytics per raccogliere i dati del proprio sito web: questo vi permetterà di monitorare in tempo reale le visite al vostro sito, visualizzare i referral (cioè chi vi linka, spontaneamente o meno), individuare fonti di traffico, target di visite, nazionalità e molto altro ancora.

Per eseguire la procedura che adesso verrà descritta, sarà necessario codice sorgente del tuo sito web, conoscere un minimo di markup HTML ed avere un account Google. Per i principianti, è bene che tale operazione sia eseguita con l’aiuto di un esperto oppure durante un’idonea consulenza SEO. A differenza del webmaster tools (che opera esclusivamente sul lato “motori di ricerca”, Google Analytics permette di monitorare l’aspetto dinamico legato al sito, quindi il comportamento degli utenti, la loro permanenza nel sito, il numero di visualizzazioni e di visite e così via.

Per impostare il cosiddetto codice di monitoraggio di Analytics, si fa in questo modo:

  1. Accedere anzitutto al vostro account e fate clic su Amministrazione, poi nelle colonne Account e Proprietà, seleziona la proprietà, poi fate clic su Informazioni sul monitoraggio/Codice di monitoraggio.
  2. copia-incollare lo snippet personalizzato che vi genera Google, ed andarlo a copia-incollare A) poco prima del tag </body> di ogni pagina del theme che state usando oppure B) inserirlo in automatico mediante un plugin del vostro CMS.

Vi ricordo che Analytics nella nuova versione è suddiviso in tre colonne (ACCOUNT, PROPRIETA E VISTA) che è bene sapere che esistono, quantomeno, e che vi danno una diversa granularità di dettaglio su quello che desiderate sapere sul vostro sito.

Esempio:

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La screenshot di riferimento è in questo caso la seguente, voi in pratica dovrete cliccare su Amministrazione, e poi sotto PROPRIETA cliccate su Tracking info o, a seconda dei casi, “Informazioni sul monitoraggio”, “Codice di monitoraggio”.

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A questo punto dovrete cercare il codice di monitoraggio, che sarà qualcosa di molto simile a questo (si chiama snippet, in gergo):

<script>
  (function(i,s,o,g,r,a,m){i['GoogleAnalyticsObject']=r;i[r]=i[r]||function(){
  (i[r].q=i[r].q||[]).push(arguments)},i[r].l=1*new Date();a=s.createElement(o),
  m=s.getElementsByTagName(o)[0];a.async=1;a.src=g;m.parentNode.insertBefore(a,m)
  })(window,document,'script','//www.google-analytics.com/analytics.js','ga');

  ga('create', 'UA-xxxxxxxx-1', 'auto');
  ga('send', 'pageview');

</script>

dove, in pratica, il codice serve ad autenticare il vostro sito mediante un codice univoco del tipo UA-xxxxxxxx-1, dove xxxxxxxx è un numero a 8 cifre, di norma. Fate molta attenzione ad inserire correttamente questo “pezzo” di codice, e non modificatelo neanche inavvertitamente. Ricordatevi inoltre di non fare confusione tra gli snippet, se avete più siti da gestire, e di non metterne inavvertitamente più di uno nella stessa pagina.

A questo punto copiate lo snippet, incollatelo per il momento in un file di testo (TextPad o blocco note), ed incollatelo all’interno della pagina che volete monitorare. Per fare quest’ultimo passaggio, vi ricordo che è necessario :

installare un plugin apposito per Drupal, Joomla!, WordPress se volete semplificarvi la vita, facendo attenzione che alcuni di essi richiedono non tutto il codice ma soltanto il vostro UA-xxxxxxxx-x. Alcuni plugin molto comodi potrebbero essere ad esempio:

In linea di massima, inoltre, è sempre consigliabile inserire nel theme a mano il codice, ed attendere di solito 24 ore per la validazione.

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Come aggiungere un sito al webmaster Tools di Google – aggiornato 19/09/2014

Il webmaster tools di Google è uno strumento di analisi del sito web, e permette di disporre di informazioni relativi al suo “stato di salute“, al numero di link ingresso, ai volumi di ricerca suddivisi per parole chiave e così via. Impostarlo è un’operazione piuttosto semplice, che richiede la conoscenza di alcune operazioni che saranno descritte di seguito.

Come impostare il WMT su un nuovo sito

Per impostare il webmaster tools su un sito dovrete:

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A questo punto sarete pronti ad inserire l’indirizzo del sito che volete monitorare: attenzione che dovrete inserire un indirizzo comprensivo di http e relativo alla home dello stesso (non pagine interne). Se si tratta di un sottodominio, può essere monitorato a parte come se fosse un sito ordinario. Attenzione inoltre che la versione di un sito senza WWW, di norma, viene visto come una cosa diversa da quello con www prefisso: sempre a meno di utilizzare un redirect 301 mediante record CNAME – come fare redirect da www a non-www (e viceversa).

Ecco la schermata di inserimento che vi apparirà dopo aver cliccato su “Aggiungi sito“.

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e a questo punto dovrete cliccare su “Continua” (il tasto blu) per proseguire o “Annulla” per annullare l’operazione. In altri termini, a mo’ di esempio, tutti i domini indicati in questa lista sono validi per il WMT e sono visti ognuno come separato e distinto dall’altro:

  1. salvatorecapolupo.it
  2. am.salvatorecapolupo.it
  3. miosito.qualcosa.com
  4. www.salvatorecapolupo.it
  5. www.pippopappopeppo.net

In linea di massima, quindi, il sito 1 e 4 sono visti come entità diverse e possono, in certi casi, essere indicizzati separatamente, cosa di cui dovrete tenere conto e cercare di risolvere ricorrendo, se necessario, ad una consulenza SEO apposita.

Ammettiamo adesso di aver aggiunto esempio-tutorial.qualcosa (un esempio di dominio con le nuove estensioni), vi ritroverete una pagina di conferma che chiederà di autenticare il dominio, in modo che soltanto il proprietario dello stesso possa accedere alle informazioni del WMT.

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Il metodo suggerito sarà, di norma, il caricamento di un file HTML: ovvero, basterà seguire le istruzioni a video. In pratica Google vi fornisce un file .HTML da scaricare, voi andrete a scaricarlo sul vostro computer e poi a uploadarlo via FTP (come caricare file via FTP) sul vostro sito, in modo che sia raggiungibile dalla home. Una volta fatto questo, basta cliccare su “Verifica” per validare il sito, tenendo conto che dovrete lasciarlo caricato anche nel seguito per mantenere il WMT funzionante (non deve essere cancellato).

Questo metodo di validazione è il migliore, secondo me, perchè resta immune a tutte le modifiche che potrete fare sul sito, è immune al cambio di theme (se cambiate theme continua a funzionare) ed è anche il modo più rapido e pratico per aggiungere il vostro sito al Webmaster Tools.

Nei casi dei siti white-label, pero’, oppure nel caso in cui il CMS non permetta di rendere pubblici file HTML esterni per ragioni di sicurezza o di impostazioni del file htaccess, dovrete ricorrere ad uno dei metodi alternativi seguenti.

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  1. Tag HTML. In pratica Google vi da’ un tag <meta> che dovrete inserire prima del tag </head> nel theme del vostro sito: fate attenzione che se cambiate theme in seguito la procedura va ripetuta daccapo ogni volta.
  2. Nome di dominio del provider. In questo caso dovrete inserire un CNAME o un record TXT apposito per farvi “riconoscere” dal WMT come proprietari.
  3. Google Analytics. Potete collegare il vostro account Google Analytics pre-esistente, evitando così ulteriori sbattimenti.
  4. Google Tag Manager. Per chi lo possiede, potete validare il sito mediante uno snippet contenitore.
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Il leak di Gmail NON è un leak di Gmail, bensì di credenziali di altri siti [aggiornamento]

Ne ho parlato sull’altro mio blog – nell’articolo Svelato google_5000000.7z, contiene 5 milioni di password – ed è la notizia che sta rimbalzando un po’ dovunque in rete, con qualche scettico che parla di bufala e qualcun altro che, di fatto, si è ritrovato il proprio indirizzo di posta nella lista. Come forse già saprete, infatti, un forum russo ha pubblicato un file di testo di email e password in chiaro di poco meno di 5 milioni di account. Una fuga di informazioni (leak) davvero consistente, di cui non è chiara la provenienza effettiva e su cui faccio qualche riflessione qui.

Aggiornamento: Google ha confermato sia il dump di credenziali che la natura del leak (non si è trattato di un furto di credenziali di Google)

Cosa rischia chi ha un account Gmail

In teoria chiunque non avesse cambiato la password di recente è a rischio di furto dell’account (un utente qualsiasi potrebbe entrare nella sua casella di posta, sempre che una potenziale vittima prudente non abbia attivato l’autenticazione a due fattori), e questo perchè non sembra possibile nè verificare il fatto che quelle password siano reali, nè tantomeno possiamo datare il file con precisione, di cui non rimane l’origine (facile che sia un dump prelevato da qualche sito sfruttando una falla, poco plausibile secondo me – ma non impossibile – che sia stato fatto sui server di Gmail) e che potrebbe comunque (il condizionale rimane d’obbligo):

  1. non fare riferimento ad account di posta Gmail, ma anche (o soltanto) ad account di siti differenti, forum o community, in cui gli utenti usavano indirizzi Gmail per loggarsi; in certi casi esportare i dati del database da siti senza protezione, come accaduto con le password rubate da Youporn tempo fa, è semplice per chiunque sia abbastanza abile e malizioso.
  2. non contenere per forza una totalità di password recenti/attuali/esatte, dato che l’operazione potrebbe essere stata amplificata con dati fake per incrementare la popolarità dell’evento (il sito isLeaked.com sembrerebbe confermare questo sospetto, e qualcuno insinua che si tratti di una controtrappola perchè gli utenti rivelino le proprie password attuali: meglio non fidarsi).

Un bel casino, comunque, nel quale le illazioni sono tante ed i fatti precisi: pescando il file originale – non facilissimo, visto che quasi tutte le copie che ho trovato sono safe, cioè contengono solo email e non password associate: ad esempio questo – ho reperito un mio indirizzo con  password tuttavia (e per fortuna) differente da quella che utilizzo attualmente – e che nel frattempo ho cambiato. Quantomeno pare giustificata la regola di cambiare password spesso, e a questo punto di non riutilizzarla una seconda volta (il che fa parte delle politiche sulle password di Ebay, ad esempio): anche se non riuscite a cercare nel file, quindi, nel dubbio attivare l’autenticazione 2-factors (è facile farlo) e cambiate password al vostro account Gmail quanto prima.

Per cambiare password di Google cliccate qui:
https://www.google.com/settings/security?service=ha_reset_pw

inserite le vostre credenziali di accesso usuali, e poi nella casella Password fate clic su Modifica password.

Per controllare chi ha provato ad accedere al vostro account e riconoscere eventuali attività inusuali, cliccate su security.google.com sotto “Attività recente”.

Aggiornamento: Google ha pubblicato un comunicato ufficiale in cui afferma che gli utenti vittima sarebbero “meno del 2%“, secondo un’analisi interna, e che questi ultimi sono stati tutti invitati a cambiare password quanto prima. Viene anche detto chiaramente che non si tratta di un’attacco ai sistemi di Google, e che i dati sono stati ottenuti combinando  informazioni da altre fonti, cioè altri siti bucati (It’s important to note that [...] the leaked usernames and passwords were not the result of a breach of Google systems. Often, these credentials are obtained through a combination of other sources.  For instance, if you reuse the same username and password across websites, and one of those websites gets hacked, your credentials could be used to log into the others. Or attackers can use malware or phishing schemes to capture login credentials.)

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Giochi online gratis, ecco i migliori

Lista di siti di giochi che si possono giocare senza installare nulla, direttamente sul proprio browser: l’unica cosa che è richiesta è la pre-installazione o l’aggiornamento all’ultima versione dei principali plugin che sono richiesti dai giochi online.

 

Cosa vi serve per giocare online?

Prima di procedere all’elenco, si suggerisce quindi a tutti di:

  1. aggiornare il browser all’ultima versione;
  2. aggiornare / installare il supporto del browser a Java, Adobe Flash ed eventualmente Unity all’ultima versione.

Passiamo quindi ad una lista dei migliori siti per giocare online, con URL e breve descrizione di ognuno.

 

Lista di siti per giochi online

 

# 1 STEAM

(in italiano/inglese, free/a pagamento)

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La community di giochi tra le migliori che potete trovare su internet: comprende sia giochi gratuiti (free to play) che a pagamento, che potrete scaricare direttamente dallo store mediante un link che vi sarà inviato. Una sezione è dedicata ai giochi per Mac, tra cui potete trovare anche capolavori di qualche anno fa come Half Life a prezzi davvero stracciati (meno di 10 euro).

 

# 2 Gioco-Mania.Com

(in italiano, gratuito)

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Un bel sito di giochi che presenta una buona selezione di titoli, tra cui ad esempio un discreto biliardo in 3D.

 

# 3 Gioco.It

(in italiano, gratuito)

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Un ottimo sito di giochi in flash, con la solita suddivisione per generi ed un’ampia gamma di titoli; uno dei migliori in termini di grafica, di giocabilità e compatibilità con le varie versioni di browser. Molti giochi sono piuttosto semplici e brevi.

 

# 4 GetFreeGames.Org

(in inglese, gratuito)

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Un sito rinnovato da pochi mesi che presenta moltissimi browser game, e viene aggiornato abbastanza di frequente. Si fa notare soprattutto per via della varietà di categorie di giochi presenti, tra le quali c’è solo l’imbarazzo della scelta. Un punto a suo svantaggio è che alcuni giochi sembrano essere piuttosto lenti a caricare, e non tutti sono proprio entusiasmanti. Tra i generi presenti abbiamo   azione, avventura, arcade, dress-up, multiplayer, puzzle e sport.

 

# 5 Giochi-Gratis.Eu

(in italiano, gratuito, con giochi a premi)

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Un sito di giochi online che viene anch’esso aggiornato piuttosto di frequente, e che punta a mettere insieme una community di videogiocatori da tutta Italia di ogni età, mettendo peraltro in palio dei premi ai più meritevoli e fedeli utenti.

# 6 giochigratisonline.it

(in italiano, gratuito)

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Un sito di giochi online che viene anch’esso aggiornato piuttosto di frequente, e che punta a mettere insieme una community di videogiocatori da tutta Italia di ogni età, mettendo peraltro in palio dei premi ai più meritevoli e fedeli utenti.

 

# 7 Zylom

(in italiano, gratuito)

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Un altro bel sito di videogame gratuiti aggiornato di frequente, e che include giochi di ogni tipo come enigmistica, abilità, carte, puzzle-game ed altro ancora.

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Come convertire un video per Android con VLC

Per quanto riguarda i formati video di Android, la documentazione appare piuttosto chiara: si scrive che è meglio utilizzare formati “device agnostic“, ovvero che non tengano conto di specificità implementate in un sistema operativo specifico piuttosto che un in altro (WMV, ad esempio). VLC riesce ad aggirare parte di queste limitazioni, e permette anche con un comodo convertitore video integrato di rendere un video qualsiasi Android-friendly: per farlo, bisogna anzitutto scaricare l’ultima versione e poi seguire le istruzioni riportate di seguito.

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Ammesso che il video da convertire sia input-test-video.m4v, ci accorgiamo che su Android non viene aperto; di solito la notifica è di questo tipo, “this video cannot be played”. M4V non è supportato da Android, quindi dovremo convertirlo in xxx.

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A questo punto apriamo VLC e clicchiamo dal menù principale su “File”->”Converti/Trasmetti”.

Clicchiamo su “Apri media” ed andiamo a caricare il nostro video che non apre su Android, input-test-video.m4v.

Dopo aver confermato il file clicchiamo su “Personalizza” ed andiamo a fare un po’ di scelte:

  1. da Incapsulamento scegliamo MP4/MOV;
  2. da Codifica Video scegliamo MPEG4, con bitrate specificato e non troppo alto (500/600 dovrebbe andare bene);
  3. ora scegliamo dalla stessa schermata anche larghezza (width = 480 ad es.), altezza (height = 320 ad es.) e scale (deve essere 1, altrimenti il video sarà deformato), in corrispondenza alla risoluzione del telefono desiderata (480 x 320 dovrebbe andare bene ovunque);
  4. da Codifica Audio scegliamo MPEG4 AUDIO (AAC), 128 bitrate, 2 canali, 44100 come frequenza;
  5. clicchiamo su “Applica” per confermare le nostre scelte.

Adesso scegliamo la cartella di destinazione e salviamo infine il file convertito con un nome a nostra scelta, possibilmente facile da riconoscere (input-test-video-ANDROID.MP4). Dopo qualche istante, a seconda della lunghezza del video, avremo il nostro file video convertito per Android e potremo trasmetterlo al telefono via USB o bluetooth.

Photo by Mr.TinDC

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